lunedì 27 agosto 2007

Meditazione


Ho notato che sempre più frequentemente i pubblicitari inseriscono nelle loro campagne di vendita dei riferimenti a stati di estasi, di illuminazione, con immagini di persone in posizioni di meditazione o yoga, oppure con accenni a visioni contemplative e totalizzanti. Evidentemente, dal punto di vista pubblicitario, non basta più il "sesso" come veicolo per attirare interesse su certi prodotti; oppure il target di vendita deve essere il più ampio possibile e quindi deve poter arrivare alla categoria di persone che risulta sensibile ad un richiamo "spirituale" o "new age". Certo, questo tipo di comunicazione superficializza tutto e svilisce ciò che, invece, potrebbe avere valore intrinseco.



Cos'è, in definitiva, la cosiddetta "meditazione"? Mi riferisco soprattutto a quella orientale, quella che risulta oggetto dell'interesse di cui sopra e che rischia di essere, perciò, ancora meno compresa di quanto non fosse qualche tempo fa. Alla domanda potremmo rispondere in molti modi e, soprattutto, potremmo dire che la meditazione è uno stato della mente e del cuore che può essere oggetto di esperienza ma che non può veramente essere spiegato a parole, essendo uno stato di maturità raggiunta, di profonda e consapevole comunione con la Vita. Però qui non parliamo propriamente di ciò, bensì della tecnica, dell'esercizio atto a sgombrare la strada per l'ampliamento della consapevolezza.



La tecnica in esame ha soprattuto lo scopo di ingenerare una comunicazione fra sé stessi e la propria mente, fra la propria mente e il corpo, una sorta di allineamento, di "centratura" delle proprie componenti vitali, solitamente compartimentalizzate e frammentate fra di loro. La meditazione è un tempo e uno spazio da dedicare a sé stessi in un sano atto egoico ma non egoistico: essere presenti al proprio respiro, alla forza vitale nel corpo, ai movimenti della mente. Ritrovare il ritmo, colloquiare con il Sé profondo, con il cuore, ritrovare la vita dentro di sé. Proprio come ogni giorno laviamo e puliamo il nostro corpo, così la meditazione ha lo scopo di pulire al mente, di purificarla da scorie, conflitti, fattori condizionanti, arrivando perfino a toccarne e sgomberarne le zone sub-coscienti. In tal modo è addirittura possibile creare nel proprio intimo un'attenzione e una stabilità che non muta reagendo continuamente al flusso incessante dei pensieri e delle emozioni. E' invece obiettivo della meditazione rilassarsi, rinnovarsi, fronteggiare nel migliore dei modi lo stress quotidiano, relazionarsi con gli altri intorno e con le circostanze in un modo più sicuro, aperto e consapevole.



Esistono tante tecniche meditative, l'oriente è stato molto generoso nel produrle e nel perfezionarle. La più semplice, forse, è quella di sedere con la spina dorsale eretta ma senza rigidità, a gambe incrociate sul pavimento oppure seduti su di una sedia. In questa posizione che esprime vigilanza, energia e tranquillità, si presta attenzione al respiro che entra e che esce dalle narici, alla semplice sensazione del suo passaggio. Tutto qui. La mente durante questo esercizio si distrae naturalmente, perdendo questo tipo di attenzione. La sfida consiste semplicemente nel riportarla qietamente al respiro, senza rifiutare i moti della mente stessa, i pensieri e le sensazioni, ma osservandoli come fossero nuvole passeggere che trascorrono muovendosi nel cielo. Durante questo semplice ma non semplicistico esercizio, essendo sollecitata la consapevolezza e l'apertura della mente, possono accadere molte cose: emergono emozioni e contenuti mentali accantonati o addirittura rimossi, riaffiorano ricordi, immagini, pensieri. Tutti vengono accolti e osservati, senza lasciarsi però trascinare da loro e mantenedo l'impegno dell'attenzione al respiro - che è vita. Questa descritta è forse la base, il cuore, di ogni esercizio di meditazione e, probabilmente, ne è anche il punto di arrivo: l'ampliamento della coscienza e dell'autoconoscenza. In mezzo, fra la partenza e l'arrivo, esistono molte altre tecniche, esercizi che stimolano, preparano, sostengono. Per esempio mediante l'uso di mantra. Pare infatti, secondo lo Yoga, che nel palato e nella bocca vi siano 84 punti energetici che, sollecitati attraverso la pronuncia di determinati suoni mantrici (dotati o meno di significato letterale) producono delle trasformazioni psichiche e anche biochimiche nel cervello e, di conseguenza, nel corpo.



Non è il caso di analizzare qui ulteriormente le particolarità degli esercizi e le loro molteplici caratteristiche, le varie forme che assumono anche a seconda delle scuole e delle culture in cui sono state sviluppate. Possiamo però sinteticamente considerare la meditazione in questo modo: l'atto di fermarsi e provare a sentirsi finalmente sé stessi.

martedì 17 luglio 2007

Non c'è più religione?


Come già qualche volta ho raccontato o accennato nei miei Blog, condivido con un gruppo di amici (e non solo) un certo tipo di ricerche "interiori", per le quali ci incontriamo e sulle quali discutiamo anche con opinioni divergenti. I "padroni di casa" di questo gruppo, i nostri gentili ospiti, ci hanno proposto nella scorsa riunione "estiva" due sollecitazioni alla riflessione scritta: una frase di Karl Jaspers e una versione filmata della commedia di Pirandello "La ragione degli altri". La frase di Jaspers è la seguente: "La storia degli ultimi secoli sembra insegnarci, come profondo ammonimento, che la perdita della religione trasforma tutto quanto. Si estingue sia l'autorità che l'eccezione: tutto sembra venir posto in dubbio e divenir fragile. Non vi è più nessuna assolutezza quando si arriva alla conclusione che nulla è vero e tutto è permesso. Con il disorientamento nasce il fanatismo che si chiude in strettoie e non vuole più pensare. Insieme alla religione come presenza della trascendenza svanisce la vera realtà. La religione ha perduto ogni forza, essa è come una statua che ha ancora l'apparenza splendida, ma che interiormente è già disgregata: un urto ed essa cadrà in polvere senza far resistenza ma, come per incantesimo, insieme a colui che l'ha urtata."
Per ciò che riguarda la commedia di Pirandello, consiglio di leggerla o vederla - se possibile. Sostanzialmente tratta di una vicenda piuttosto drammatica ambientata agli inizi del XX secolo. Una famiglia "bene" in cui il marito ha una relazione con un'altra la donna, la fidanzata di un tempo, forse perché la moglie non può dargli dei figli. Il rapporto fra marito e moglie si ricostruirà su una base paradossale: adottando la figlia avuta dall'altra donna e salvando in tal modo matrimonio e apparenze. L'altra donna accetta di cedere la figlia perché comprende che in tal modo le offre un futuro migliore, in una situazione agiata e facoltosa. Rimane sola e amareggiata.

Vorrei riportare qui, su questo mio Blog, la riflessione scritta che ho già proposto al gruppo degli amici. E' la seguente. La frase di Jaspers suggerisce come il mettere in discussione la religione, l'autorità e i valori connessi influenzi negativamente il benessere e l'armonia dei singoli individui e della società nel suo insieme, travolgendo perfino coloro che ne hanno contestato i principi. Questo crollo, sempre secondo il pensiero citato di Jaspers, sarebbe soprattutto legato alla perdita dell'assolutezza, di verità certe, al credere che "nulla è vero e tutto è permesso".Credo che l'armonia con il Sé, con la Coscienza, infonda equilibrio a tutte le attività umane e personalmente intendo per "religione" un contatto individuale sincero e profondo con la Legge Mistica, Dio, o come vogliamo definire quella verità fondamentale che sta alla base di tutto. Mi rendo conto, però, che di opinioni su questa "cosa" ce ne sono tante, tantissime, e che ognuna di esse è propagandata come l'ultima verità, mentre di fatto le credenze sono sempre state dei fattori di divisione e di violenza fra gli uomini. Normalmente i principi religiosi, infatti, sono - anche nelle persone più miti - quanto meno un metro di giudizio, soprattutto verso gli altri. E' molto frequente, infatti, che invece che applicarli su sé stessi, le persone tendano a volerli applicati, rispettati e realizzati dagli altri, verso i quali si rivolgono gran parte delle questioni moralizzatrici. Da questo punto di vista il pensiero citato di Jaspers risulta molto enigmatico: che cosa intendiamo per "religione" e, soprattutto, chi ne ha una giusta opinione, a quale autorità dobbiamo rivolgerci? Stiamo parlando di valori formali o sostanziali? E perché, ammesso che in passato questi valori ci fossero, oggi sono - secondo l'opinione corrente - mancanti o disattesi? A questo, mi sembra, può dare una risposta il lavoro di Pirandello: i principi impliciti ne "La ragione degli altri" e connessi con la famiglia e con la moralità sono soprattutto strumenti di violenza, di sopraffazione, e fondano probabilmente proprio su di una certa visione religiosa. Non prevale una sincera umanità, un dialogo caldo e aperto, bensì il freddo e cinico silenzio imposto dalle convenzioni, da ruoli inviolabili e da supposte autorità. Parafrasando il Vangelo direi in questo caso che gli uomini sono fatti per la Legge e non viceversa. Quelle convenzioni, alla fine, producono disastri, e a soccombere sono certamente i più deboli, coloro che non rientrano nelle regole e che non hanno il potere economico o sociale di trasformarle a loro piacimento pur conservando le apparenze impeccabili di un'illusoria moralità perbenista. Le mie reazioni alla visione della commedia di cui si parla sono la pena per quanto si è verificato in molte epoche del passato e il sollievo, l'enorme sollievo nel vivere oggi, in questo nostro mondo così contraddittorio eppure tanto più libero e consapevole. Un mondo che disattende certi valori semplicemente perché ne ha riconosciuta e rigettata la falsità, pur essendo certamente presente anche il rischio di buttare via insieme all'acqua sporca anche il bambino! Ho la sensazione precisa che l'umanità stia facendo un grande esperimento e andando verso una crescita graduale ma reale della coscienza. Verso una vera religiosità e una vera religione, sostanziale e concreta, il cui credo sia il rispetto degli altri e delle regole ma non la passiva e formale accettazione di vuote consuetudini, che non sia violenza ma apertura del cuore e della mente nei confronti di tutte le diversità che legittimamente costituiscono la famiglia umana. In definitiva, ricollegandomi anche al concetto espresso da Jaspers, la mia opinione è che oggi, finalmente, siamo un poco, soltanto un poco ma in maniera reale - senza maschere, false autorità e ipocrisie, più religiosi.

giovedì 28 giugno 2007

Vacanza.


L'etimologia di "vacanza" è la stessa di vacante, dal latino vacare e vacuus, vuoto. Si tratterebbe, dunque, di un periodo - quello della vacanza - libero da impegni, per lo meno quelli consueti, libero dal lavoro, oppure da altro in relazione con le abitudini della vita quotidiana. Parliamo, dunque, di una interruzione, di una sospensione dell'attività o di uno specifico tipo di attività, insomma di relax. Secondo quanto mi sembra di osservare, però, non è tanto facile concedersi una vacanza che lo sia veramente. Ho l'impressione che spesso durante questi periodi di svago il rilassamento non sia così immediato, e il "vuoto" non sia facile da praticare: si finisce con il riempire più che con lo svuotare, e addirittura ci si stressa proprio come si fa di solito nella vita normale. Per esempio, in vacanza si può eccedere nelle attività, nell'animazione, oppure si va insieme ad altre persone con le quali, invece di trovare un momento di distensione, si ripropongono tensioni, piccoli litigi o frizioni interpersonali che si pensava di lasciare finalmente alle spalle. Paradossalmente talvolta si cercano spiagge o ritrovi affollati, e magari ci si impegna nel traffico proprio come a casa! Anche se, in qualche modo, si riesce a trovare una situazione riposante, distensiva, senza impegni particolari, può avvenire che si sia incapaci di apprezzarla, e il vuoto diventi oppressivo, il silenzio risulti disperante, la mancanza di stimoli venga ad essere come un incubo dal quale non si vede l'ora di fuggire. Il fatto è che il "vuoto", anche quello delle vacanze, è simbolicamente - nel profondo - come una morte. In fondo se ne ha paura. Dopo aver tanto desiderato una pausa, la si riempie con ogni sorta di cose per evitare di fermarsi davvero; oserei dire: per non rimanere soli con sé stessi. C'è una paura dietro tutto ciò, una sorta di angoscia.

Eppure la vacanza è una cosa meravigliosa, rigenerante, durante la quale si può ritrovare l'essenziale, recuperare valori, essere più sé stessi. Se la si condivide con altri può essere rasserenante. Se la si fa con la persona con la quale si condivide la vita, è possibile finalmente rigenerarsi insieme, oppure insieme ritrovare la spensieratezza, la scoperta di nuovi luoghi, di antiche dimensioni. La vacanza è reintegrativa, è una grande benedizione, un beneficio possibile per molti soprattutto del mondo di oggi, ma non è scontato e non va sprecato. In realtà dobbiamo reimparare a ringraziare, ad apprezzare le possibilità che ci vengono offerte, a valorizzare. Però non è possibile farlo se stiamo male, se viviamo senza conoscere noi stessi, portandoci delle ferite insanabili nel cuore, immersi in una sottile o evidente angoscia dalla quale sappiamo soltanto fuggire.

Sto dicendo in fondo questo: che per avere delle vacanze soddisfacenti e che servano al loro scopo... bisogna star bene, avere già - prima di tentare di rilassarsi - un buon equilibrio, uno stato vitale alto, essere abbastanza distesi. Sembra un paradosso (o magari sembra ovvio) ma per riuscire a stare meglio... bisogna già vivere bene, cercando di trovare armonia ogni giorno, nella nostra vita quotidiana e con gli altri, sia nella psiche che nel corpo, ricercando ogni giorno un "vuoto" rigenerante e liberatorio, uno spazio che ci riconduca a noi stessi.

lunedì 18 giugno 2007

Catastrofi ed ecologia della mente.


Traggo la seguente citazione da un libro di Paramahansa Yogananda che sto rileggendo in questi giorni. Il grande Yogi indiano, in un suo discorso tenuto nel 1937 in America, fa un riferimento alle terribili inondazioni verificatesi a Louisville e nelle zone circostanti all'inizio di quell'anno e aggiunge: "Le vibrazioni dei pensieri e dei sentimenti di migliaia d'uomini uccisi nei combattimenti in Spagna hanno causato i cambiamenti atmosferici che sono responsabili di queste alluvioni e di altre catastrofi in tutto il mondo. La guerra genera vibrazioni di male che alterano l'equilibrio e l'armonia di tutta la natura, causando catastrofi "naturali"." ("L'eterna ricerca dell'uomo" - Astrolabio, pag. 41). A partire dal luglio 1936, infatti, era iniziata la sanguinosa guerra civile di Spagna che avrebbe condotto alla vittoria di Franco tre anni dopo e Yogananda, quindi, la cita nel suo discorso.

La cosa mi ha fatto riflettere: i disastrosi cambiamenti climatici sono generati - egli afferma - dalla sofferenza dell'uomo, dai suoi pensieri negativi di odio, di paura, in breve dalla violenza e dalla guerra! Oggi, in relazione ad analoghi eventi naturali, cerchiamo la spiegazione nel comportamento scorretto e anti-naturale dell'uomo, cioè attribuendo all'uso di sostanze chimiche, alle fonti energetiche e altro la colpa del surriscaldamento, dei disastri, eccetera. Va detto che qualche scienziato, come spesso avviene, tende a sottovalutare ritenendo che in definitiva non ci sia prova dell'eccezionalità di certi eventi, che necessiterebbero ulteriori studi, statistiche e via dicendo, e che i mutamenti del clima si sono sempre verificati in risposta a cause interne allo stesso ecosistema, eccetera. In sostanza, comunque, la visione dei mutamenti climatici e delle possibili cause rimane sul piano meccanicistico, fisico, chimico, biologico. Di solito non se ne da una spiegazione… psichica!

Eppure, già da qualche tempo, in occidente è nata la “psicosomatica” e c’è una certa accettazione da parte della scienza dell’influenza che la psiche può avere sul corpo, sulla salute e sulla malattia. Se, per analogia, pensassimo al pianeta Terra come ad un unico grande organismo, forse potremmo davvero ipotizzare che la psiche collettiva degli esseri viventi che lo abitano possa avere influenza sulle caratteristiche fisiche e climatiche dell’ecosistema! Ad esempio le guerre in Afghanistan e in Iraq, come i conflitti Israelopalestinesi e altri, porebbero aver causato i devastanti Tsunami nel sud-est asiatico e l'Uragano Katrina negli Stati Uniti! Se ciò fosse vero, ed è per lo meno plausibile, ognuno di noi, ogni singolo individuo, potrebbe contribuire alla salute generale e all’armonia sul pianeta non soltanto attraverso comportamenti ecologici e controllando gli sprechi e i consumi, ma anche cercando di lavorare sul proprio benessere interiore, sulla pacificazione del cuore e della mente, sulla compassione, sul rispetto e sull’amore. Tutto ciò somiglia molto a ciò che sempre hanno detto e dicono le religioni. Con una differenza: non bisogna essere “buoni” per compiacere un qualche Dio, per rispettare le Sue regole morali o per andare in Paradiso in un lontano futuro, bensì per stare meglio tutti qui ed ora, per contribuire attivamente a realizzare un mondo migliore. Forse è la stessa cosa, ma personalmente trovo che espressa in questa forma l’etica risulti più libertaria e più responsabilmente consapevole…

mercoledì 23 maggio 2007

La sfida della complessità.


Soltanto qualche notazione su un argomento che andrebbe maggiormente sviluppato in seguito: parlo della complessità del nostro mondo. In breve, come riflettevo negli ultimi giorni, credo che la sfida di questa nostra epoca non sia tanto quella di ritrovare dei valori perduti in una realtà in costante cambiamento. La comunicazione, la sovrabbondanza di informazioni che la tecnologia ci mette a disposizione, la stragrande possibilità di scambio e di contatto con tutto il resto del mondo... ebbene credo che proprio questo panorama così vasto e il bombardamento continuo di stimoli visivi, auiditivi e conoscitivi costituisca la difficoltà maggiore per l'uomo di oggi, cioè la difficoltà di metabolizzare tutto questo. E' probabile che le malattie della nostra epoca - ogni epoca storica ha avuto le sue specifiche - siano e saranno sempre più quelle neurologiche, quelle legate alle forme di demenza, ai disturbi depressivi o, più semplicemente, al senso di disagio, vuoto e panico così diffusi. Alcuni, di fronte a questa enorme e dilagante sovrabbondanza di stimoli in costante mutamento - lo si può vedere nelle cronache - "esplodono" con comportamenti imprevedibili e violenti, insospettati. Altri tentano di rinchiudersi nella confortevole struttura di valori tradizionali che, però, non reggono e non comprendono più la realtà delle cose. Altri ancora fuggono verso settarismi fanatici. Quello che manca e sempre più tende a svanire sono le certezze, i punti saldi fino a poco tempo fa rappresentati dalle identificazioni familiari, sociali, politiche o religiose. Secondo me la sfida non sta nel recuperare quelle identificazioni, che hanno fatto il loro tempo e sono servite di sostegno in altre epoche. Anzi: sarebbero una forma di regressione. Il punto, oggi, è metabolizzare la diversità, ritrovando un forte senso di identità e, allo stesso tempo, una grande apertura, la capacità di accogliere il molteplice, il diverso, l'ignoto, con rispetto e interesse, con la disposizione ad imparare. E' un salto di livello quello che ci attende e, si sa, ogni trasformazione comporta le sue difficoltà e un iniziale senso di smarrimento. Probabilmente, però, l'ampiezza della consapevolezza che ci attende sarà una giusta ricompensa per questa attuale umanità così smarrita e apparentemente senza un obiettivo, senza una visione. La visione c'è, sta emergendo, ed è quella di una globalizzazione virtuosa: dell'unità nella diversità, della stabilità nel cambiamento...

giovedì 10 maggio 2007

Scomunica.


Pare che il Papa, in occasione del suo viaggio in Brasile, abbia dichiarato che i politici favorevoli ad una legge che consenta l'aborto possono essere soggetti a scomunica da parte della Chiesa. Per la precisione sono stati alcuni vescovi messicani a indicare per primi questo tipo di sanzione, e il Papa ha soltanto osservato che la cosa non è arbitraria, bensì è in sintonia con la dottrina cattolica. La sala stampa del Vaticano, successivamente, ha voluto tranquillizzare: il Pontefice non voleva scomunicare nessuno. Però, in effetti, sembra che secondo la Chiesa i politici di cui sopra farebbero meglio ad astenersi dal sacramento della comunione: assumere il "corpo di Cristo" è incompatibile con l'uccisione di un feto. Etimologicamente, comunque, credo che "scomunica" abbia lo stesso significato dell'astenersi dalla comunione. Ora, personalmente, comprendo come le sempre più frequenti precisazioni dottrinarie del Papa e del Vaticano possano destare in qualcuno delle perplessità (o peggio), soprattutto se si è di diverso avviso. Si dice che stia emergendo il lato conservatore della Chiesa, e che questo contrasti con l'anima laica e libertaria della cultura contemporanea. Francamente mi sembra che il fatto che la Chiesa tenda a ribadire quelli che sono punti essenziali della fede cattolica non sia sbagliato. Non credo che concetti come quello anzidetto sul divieto assoluto di abortire, oppure sull'uso dei contraccettivi, sull'omosessualità, sulla famiglia, sul matrimonio e via dicendo, siano espressione dell'atteggiamento conservatore del Vaticano: mi sembra, invece, che siano veramente punti essenziali del cattolicesimo, in mancanza dei quali questa religione sarebbe mancante di alcuni capisaldi, e lo stravolgimento sarebbe troppo grande. Di fronte, quindi, ad una Chiesa che - per motivi di opportunità - tollera certi comportamenti o idee divergenti dalla sua linea senza pronunciarsi troppo in merito, ed una che invece si espone al rischio di essere impopolare per riaffermare la propria dottrina, io preferisco la seconda! Secondo la mia opinione - e ribadisco che esprimo solo un mio discutibilissomo ragionamento personale - negli ultimi decenni il tema religioso si è superficializzato troppo, e molti di quelli che si dichiarano cattolici conoscono veramente poco di questa religione. Inoltre, se interrogati direttamente, le loro opinioni contrastano o sono in disaccordo con punti fondamentali della dottrina: l'infallibilità papale, la confessione, il fatto che il Cristo non sia soltanto un grande Maestro spirituale ma il Figlio di Dio, eccetera. Poi c'è il fenomeno di coloro che aderiscono a tecniche o impostazioni spirituali "New Age", oppure a discipline che provengono dall'Oriente, e iniziano a credere, pur rimanendo formalmente cattolici, a cose che non rientrano a nessun titolo nella dottrina della Chiesa: per esempio il concetto del karma, la fede nella reincarnazione e altro. Il Vaticano non può essere "liberale" su queste tematiche, perché il cattolicesimo - se integrasse certe visioni - semplicemente non sarebbe più tale, diventerebbe un'altra religione! Per tornare, dunque, al ragionamento iniziale, dico che secondo me il Papa fa bene a precisare il senso della dottrina e i suoi capisaldi. In questo modo chi rimane cattolico o sceglie di esserlo può sapere a che cosa aderisce, e può decidere con chiarezza se condivide o no certe idee. Se non le condivide, se non è in comunione con esse, può scegliere una impostazione religiosa diversa, o nessuna, senza continuare a sentirsi parte di una religione che, in realtà, non lo rappresenta. Ha la possibilità di decidere in piena consapevolezza, utilizzando i poteri della discriminazione e della scelta responsabile che competono ad ogni individuo adulto: elementi fondamentali che è bene imparare ad utilizzare sempre più spesso e con sempre maggiore indipendenza e maturità.

martedì 24 aprile 2007

Occultamento.


Un tempo, quando si voleva tenere segreto un evento, un'informazione, una conoscenza, si ricorreva al nascondimento, al silenzio, si taceva. In alcuni casi si poteva perfino ricorrere alla violenza per far sparire certe cose, magari uccidendo o esiliando qualcuno, oppure minacciandolo: quello che non si doveva sapere andava tutti i costi occultato. Esistevano società segrete, ordini iniziatici dagli scopi talvolta mistici, ma anche politici, economici, criminali, di potere. Tutto segreto. Solo talvolta trapelava un sospetto, un'informazione, magari quando veniva il tempo che si sapesse... Bene, ora ho la strana impressione che le tecniche di occultamento siano radicalmente mutate. Può darsi che esistano ancora oggi governi, associazioni, società che vogliono consevare il segreto su certi argomenti. Però mi sembra che più che il silenzio ora si utilizzi il rumore . Mi spiego facendo un esempio: mettiamo che un'astronave aliena atterri e ne scenda una delegazione di extraterrestri. E' un evento epocale, eclatante. Mettiamo che si decida di non far sapere, di non diffondere la notizia. Può darsi che, però, nell'epoca della comunicazione, qualcosa passi, che l'evento venga comunque reso pubblico. Allora che cosa succede? Basta diffondere dieci, cento, mille informazioni analoghe. Si parli soltanto di questo. La televisione descriva tutti i casi analoghi di cui si ha notizia negli ultimi cinquant'anni. Si diffondano informazioni su episodi in cui sono state scoperte chiare mistificazioni. Altri sui quali ancora non c'è un'opinione precisa. Scienziati che non ci credono. Altri studiosi che ritengono che gli UFO possano esitere. Si trasmettano in televisione e si pubblichino sui giornali centinaia di foto di avvistamenti. Si intervisti chi dice di averli incontrati. Si intervisti qualche religioso che, magari, smentisca o minimizzi. Anche qualche psicologo, che ne dia un'interpretazione analitica. Alla fine... la realizzazione di un film di successo, proprio su quell'evento che si dice sia stato nascosto dai governi. Ecco, questa è la mia idea: oggi per occultare qualcosa, per nasconderla, basta confonderla in una massa di informazioni, di notizie, di opinioni. Nessuno riuscirà più a capire dov'è la verità, a "distinguere il grano dal loglio", tutto diverrà superficiale e irreale. L'informazione vera c'è, passa, viene rivelata, ma è privata di valore, non è più discriminabile e riconoscibile, è tutta scarabocchiata. Nessuno se ne interessa più. Ho fatto l'esempio della nave aliena, ma era soltanto uno spunto. Potremmo riconoscere in questo esempio la politica, la cultura, la scienza, la religione. Dov'è la verità, il valore? Dov'è l'individuo? Rimane soltanto la nostra identità di consumatori, la nostra quantificazione numerica. C'è un antidoto? Forse: ci tocca imparare a ragionare con la nostra testa, a discriminare, scegliere, valutare da soli. Qualunque cosa questo significhi...