giovedì 20 dicembre 2007

In soffitta.


Fra vecchie e polverose carte, per così dire in soffitta, ho trovato un mio vecchio componimento. Il foglio è un pò ingiallito, l'inchiostro ha perso colore e consistenza. C'è una data: 20 febbraio 1989. Sono quasi trascorsi 19 anni... Si tratta di una preghiera, una sorta di preghiera. Voglio qui trascriverla come momento di riflessione per me: consiglio a tutti di annotare i propri pensieri, di conservarli e poi di riguardarli a distanza di tempo: si avrà un piccolo segnale autoconoscitivo del proprio percorso...



Altissimo Signore, Dio di Adamo,

il cui nome eterno è Legge e Severità,

fa ch'io trovi nel rispetto per ogni creatura

lo Splendore della Tua Giustizia.



Altissimo Signore, Padre del Cristo,

il cui nome misericordioso è Verbo e Amore,

fa che, nella visione dell'Unità,

io scopra qui in Terra il Tuo Regno Celeste.



Altissimo Signore, Allah di Maometto,

il cui nome terribile è Re della Guerra e degli Eserciti,

fa ch'io abbia la mia più grande e vera Vittoria

nel conoscere me stesso.



Altissimo Signore, Brahman potentissimo,

il cui nome vibrante è Profondità e Immensità,

fa ch'io possa specchiarmi nei Tuoi infiniti occhi

e vedere nelle nostre innumerevoli nascite e morti

solo Te e la Tua Presenza.



Altissimo Signore, Buddha beato e compassionevole,

il cui nome sublime è Perfezione e Liberazione,

fa ch'io possa abbandonare il Dolore e la Ruota Vorticosa delle esistenze,

senza per questo rifiutare la Vita.



Altissimo Signore, Tao inconoscibile,

il cui nome misterioso non può essere pronunciato senza impoverirne il Senso,

fa ch'io possa parlare, testimoniare,

mangiare, respirare, vivere,

solo di Te.

giovedì 29 novembre 2007

Il ciclo di nascita e morte.


Preso da uno slancio riassuntivo delle concezioni sulla morte nelle varie impostazioni filosofico-religiose e nel pensiero comune, mi sembra che in definitiva esistano solo due idee principali e contrapposte:

1. con la morte finisce la vita; dunque essa è un annullamento, un annientamento. Non c'è nulla "oltre". La vita si identifica con la materia, con la dimensione fisica visibile e con i sensi ordinari.

2. l'anima sopravvive al trapasso perché immortale ed eterna. Nell'ambito di questa visione, poi, si ipotizzano diverse forme di sopravvivenza: per esempio quella in un aldilà definitivo, in vicinanza o meno del divino, come nel cattolicesimo; oppure si pensa alla trasmigrazione o reincarnazione dell'anima immortale in successivi corpi fisici, per vivere ulteriori vite, come nell'induismo.

Il buddismo, insieme ad alcune vette del pensiero "esoterico" d'occidente, per ciò che riesco a comprendere, non è in totale accordo con nessuna delle due concezioni - considerandole non corrette. Tuttavia valuta che ci sia qualcosa di vero in ambedue, essendo espressioni di verità parziali.

Il nostro "io" così come lo conosciamo è un prodotto dei fattori che lo hanno generato: elementi genetici prima e dopo la nascita, condizionamenti culturali, ambientali e via dicendo. Nel buddismo tutte queste componenti che costituiscono la nostra personalità e l'io sono chiamati i "cinque aggregati": forma, percezione, concezione, volizione e coscienza. Nell'esoterismo "di punta" si parla di corpo fisico, astrale, mentale istintivo, mentale inferiore e superiore, ma i concetti sono analoghi: tutto quanto costituisce la nostra "stuttura", tutto ciò con cui ci identifichiamo, i nostri corpi e aggregati, è transitorio, condizionato e soggetto a "morte", a mutamento e disgregazione. Cioè, in altre parole, il "Maurizio" quale io mi sento è un fenomeno transitorio e impermanente, condizionato e deperibile come tutti gli eventi del mondo manifesto. Pur dando credibilità a dimensioni ultra-fisiche, psichiche o altro, queste considerazioni affermano che la realtà del nostro io, del nostro fisico e della nostra psiche, è identificabile con un meccanismo, una sostanza condizionata e soggetta a nascita-crescita-morte, e quindi si possono accostare a quei punti di vista moderni ateistici o materialistici che negano ogni sopravvivenza e ogni realtà sopra-sensibile.

Tuttavia il buddismo non si limita a questo, particolarmente negli sviluppi del Mahayana e del Sutra del Loto, affermando che comunque esiste all'interno della vita sia universale che individuale un quid eterno, da sempre e per sempre. Questa sorta di vera identità profonda e stabile non ha però nulla a vedere con l'anima quale normalmente è concepita. Si tratta infatti, in questo caso, di una forma di coscienza che non si risolve nei sensi fisici, nella psiche o nella mente, e neanche con il senso dell'io che con ciò si identifica, e non è legata neanche al Karma, cioè ai condizionamenti, pur essendo tutte queste cose parte di essa e sua espressione.

Tutto ciò è forse complesso, difficile da spiegare e da esaurire, però in definitiva possiamo osservare:

1. è vero che l'io finisce, perché è esso stesso un fattore condizionato, limitato e impermanente. Quindi si muore.

2. è vero che esiste una base eterna della coscienza e della consapevolezza, di difficile descrizione, in relazione con la vita universale e con quella individuale, che costituisce il filo conduttore, la spiegazione, per così dire la causa e il punto di arrivo delle nostre esistenze, pur essendo qualcosa che è oltre il tempo e quindi che non subisce trasformazione e divenire.

Concludo con una considerazione: gli assunti del buddismo non sono tanto delle speculazioni, quanto delle percezioni profonde della realtà che, magari, poi vengono anche sistematizzate in forma logica e speculativa. Essendo percezioni sulla natura della vita, di cui tutti facciamo parte, sono semplici e immediate, in un certo senso sperimentabili. Non è forse vero che tutti noi sappiamo che la morte c'è, che tutto quanto conosciamo è impermanente e, al contempo, non sappiamo tutti che c'è qualcosa di indefinibile e di eterno non soggetto a nascita e morte?

A me sembra proprio così...

mercoledì 14 novembre 2007

L'isola dei famosi.


Vorrei provare a dire qualcosa sull'"Isola dei famosi", il reality show. Non nel senso delle considerazioni più o meno critiche sul fenomeno "reality", sulla TV trash, eccetera, eccetera. Vorrei anzi dire che trovo piuttosto interessante quanto viene mostrato in questo show, e l'idea che ne è alla base mi sembra intrigante.

In alcune società primitive esistono dei "riti-di-passaggio", per esempio quello dall'adolescenza all'età adulta per gli individui maschi di certe etnie, nei quali i componenti di un gruppo, di una fascia sociale, di una tribù, vengono lasciati nella foresta, senza aiuto, soli, a dimostrare la loro possibilità di cavarsela, il coraggio, il loro essere "adulti", oppure per manifestare e controllare "poteri" sciamanici in relazione alle forze naturali, agli spiriti, e via dicendo.

Il programma televisivo in questione non è, da un lato, paragonabile a queste tradizioni che hanno la loro realtà, spontaneità e verità: qui è tutto costruito, apparente, legato comunque ad un altro tipo di società, la nostra, ed ha significati immediati completamente diversi - è soltanto uno show, e il suo principale obiettivo è l'audience, la pubblicità e tutto quanto collegato. Però, forse, nel profondo, le analogie ci sono: forse si tratta davvero di un "rito-di-passaggio" partorito dalla nostra cultura moderna e adatto ad essa con tutte le sue caratteristiche, per esempio la componente televisiva dell'effimero e dell'immagine. Un rito cui, però, partecipano sia i protagonisti che gli spettatori attraverso l'identificazione, come in un dramma catartico.

I "famosi" che gradualmente diventano anche affamati e i "non-famosi" che aspirano alla notorietà, in fondo, rappresentano molto efficacemente noi occidentali moderni e la nostra società che ha fatto naufragio, e in cui la fame principale, il bisogno primario, è quello di ritrovare sé stessi, la propria umanità, i valori profondi, il rapporto con gli altri uomini su basi di verità e collaborazione.

I famosi-affamati siamo proprio noi, nella nostra vita comune e quotidiana. Abitiamo in isole caraibiche, in paradisi artificiosi, nel cosiddetto benessere, però ci manca il necessario per l'anima, abbiamo perso la nave, la casa, ci siamo arenati su una falsa idea di successo e di piacere. Non siamo in grado di avere rapporti sinceri e basati sull'essenza, non siamo in contatto con noi stessi, ma conosciamo solo l'idea che abbiamo di noi stessi, il nostro apparire e dimostrare. Siamo naufraghi.

I protagonisti del reality televisivo, e anche noi che li osserviamo, mettono in scena la presa di coscienza di tutto questo. Durante la loro permanenza nell'isola dell'Honduras - che da un lato rappresenta l'illusione della vacanza e del successo e dall'altro è isolamento e occasione introspettiva - lasciano emergere ciò che nel buddismo si chiamerebbero i tre veleni: avidità, stupidità e aggresività. Come in un processo meditativo, come in un seminario o un workshop autoconoscitivo, si manifestano le contraddizioni, le ostilità, le meschinità - se ne prende coscienza. La televisione indugia su tutto ciò, lo sottolinea, lo utilizza come mezzo per far presa sul pubblico - forse in un processo catartico. Qualcuno dei protagonisti, poi, comincia a lasciar emergere dal profondo di sé qualcosa di diverso, di non contaminato e non oscurato dalle privazioni, dall'ego, dai veleni propri e altrui. In qualcuno emerge una forza, una semplicità, una sincera umanità che, probabilmente, va oltre il desiderio di apparire, che ha una sua realtà - proprio perchè si manifesta in condizioni difficili. Tutti i protagonisti, mi sembra, dopo l'esperienza, raccontano di aver ritrovato in tutto o in parte "sé stessi". Gli spettatori ne sono soddisfatti e affascinati, oltre ad essere ammaliati dalla consueta rappresentazione televisiva del conflitto: sì, nel profondo siamo anche stupiti dell'emergere di qualcosa che accenna al suo superamento, qualcosa di nuovo e di interiore, qualcosa che - in definitiva - attendiamo: una prospettiva di stabilità, certezza e realtà... oltre il naufragio.

martedì 16 ottobre 2007

Trets: un'esperienza buddista.


E' stato sorprendente, e neppure me lo aspettavo veramente: dopo circa dodici anni ininterrotti di adesione al buddismo, la mia pratica ha acquistato nuovo vigore e profondità. L'occasione per questo grande beneficio è stata il corso a Trets, in Francia (Provenza), presso il centro europeo della mia associazione. Io e la mia compagna abbiamo trascorso quasi quattro giorni intensi e stupendi, dove progressivamente - insieme ad altri 170 compagni di fede - siamo passati dal malumore, dalla depressione e dalla diffidenza così connaturati con la cosiddetta vita "normale" e quotidiana, ad una sorta di tranquillo entusiasmo, alla felicità, ad una gioia connessa con l'approfondimento della nostra esperienza di praticanti e la condivisione con le altre persone. I problemi, le difficoltà che tornando ritroviamo a casa sono quelli di sempre, ma ora appaiono mutati, sono affrontabili con più leggerezza, con speranza, sono risolvibili: è cambiato il nostro punto di vista, il nostro stato vitale.

Come si è potuto produrre un risultato di questo genere? Credo che uno degli elementi di questa trasformazione sia stata la comunità in senso stretto, cioè la vicinanza con le altre persone ad un livello un pò più intimo di quello che normalmente si sperimenta. Intendo dire che il racconto delle proprie esperienze, dei propri dubbi, delle difficoltà incontrate e della via che ha eventualmente condotto alla loro soluzione è un patrimonio di umanità che è facile e bellissimo condividere, perché si tratta di qualcosa di intensamente umano in cui tutti quanti possiamo riconoscerci. In virtù di questo patrimonio di pensieri e di sentimenti scambiato con sincerità, con il genuino proposito di aprirsi e di incoraggiare gli altri, si finisce con il sentirsi molto vicini, ci si commuove e si ride, il tempo trascorso insieme diventa indimenticabile e, sicuramente, reincontrandosi anche a distanza di anni è possibile percepire il saldo legame di amicizia che si è costituito in quella sia pur breve esperienza. Un altro elemento trasformativo è la pratica buddista in sé, che veicola gioia e saggezza, che porta in contatto con una condizione vitale difficile da definire, ma che si può percepire come più libera, più ampia e profonda di quella che solitamente ci appartiene. Questa percezione, inoltre, non si accresce con il tempo, cioè bisogna sentirla indipendentemente dai nostri parametri fondati sul divenire: è qui e adesso, sempre a portata di mano.

In un corso o intensivo fondato su queste basi, poiché l'esperienza è concentrata ed è sostenuta da tutta la comunità, si produce qualcosa, c'è un cambiamento dentro il cuore, una fresca novità. Che cosa sia effettivamente forse non lo capiamo subito, e saranno i mesi a venire a rivelarne la potenzialità e le caratteristiche. Quello che, però, subito è evidente è una sensazione di grande apertura e gioia, di rinnovato coraggio, di maggiore libertà.

E, anche, di gratitudine.

lunedì 27 agosto 2007

Meditazione


Ho notato che sempre più frequentemente i pubblicitari inseriscono nelle loro campagne di vendita dei riferimenti a stati di estasi, di illuminazione, con immagini di persone in posizioni di meditazione o yoga, oppure con accenni a visioni contemplative e totalizzanti. Evidentemente, dal punto di vista pubblicitario, non basta più il "sesso" come veicolo per attirare interesse su certi prodotti; oppure il target di vendita deve essere il più ampio possibile e quindi deve poter arrivare alla categoria di persone che risulta sensibile ad un richiamo "spirituale" o "new age". Certo, questo tipo di comunicazione superficializza tutto e svilisce ciò che, invece, potrebbe avere valore intrinseco.



Cos'è, in definitiva, la cosiddetta "meditazione"? Mi riferisco soprattutto a quella orientale, quella che risulta oggetto dell'interesse di cui sopra e che rischia di essere, perciò, ancora meno compresa di quanto non fosse qualche tempo fa. Alla domanda potremmo rispondere in molti modi e, soprattutto, potremmo dire che la meditazione è uno stato della mente e del cuore che può essere oggetto di esperienza ma che non può veramente essere spiegato a parole, essendo uno stato di maturità raggiunta, di profonda e consapevole comunione con la Vita. Però qui non parliamo propriamente di ciò, bensì della tecnica, dell'esercizio atto a sgombrare la strada per l'ampliamento della consapevolezza.



La tecnica in esame ha soprattuto lo scopo di ingenerare una comunicazione fra sé stessi e la propria mente, fra la propria mente e il corpo, una sorta di allineamento, di "centratura" delle proprie componenti vitali, solitamente compartimentalizzate e frammentate fra di loro. La meditazione è un tempo e uno spazio da dedicare a sé stessi in un sano atto egoico ma non egoistico: essere presenti al proprio respiro, alla forza vitale nel corpo, ai movimenti della mente. Ritrovare il ritmo, colloquiare con il Sé profondo, con il cuore, ritrovare la vita dentro di sé. Proprio come ogni giorno laviamo e puliamo il nostro corpo, così la meditazione ha lo scopo di pulire al mente, di purificarla da scorie, conflitti, fattori condizionanti, arrivando perfino a toccarne e sgomberarne le zone sub-coscienti. In tal modo è addirittura possibile creare nel proprio intimo un'attenzione e una stabilità che non muta reagendo continuamente al flusso incessante dei pensieri e delle emozioni. E' invece obiettivo della meditazione rilassarsi, rinnovarsi, fronteggiare nel migliore dei modi lo stress quotidiano, relazionarsi con gli altri intorno e con le circostanze in un modo più sicuro, aperto e consapevole.



Esistono tante tecniche meditative, l'oriente è stato molto generoso nel produrle e nel perfezionarle. La più semplice, forse, è quella di sedere con la spina dorsale eretta ma senza rigidità, a gambe incrociate sul pavimento oppure seduti su di una sedia. In questa posizione che esprime vigilanza, energia e tranquillità, si presta attenzione al respiro che entra e che esce dalle narici, alla semplice sensazione del suo passaggio. Tutto qui. La mente durante questo esercizio si distrae naturalmente, perdendo questo tipo di attenzione. La sfida consiste semplicemente nel riportarla qietamente al respiro, senza rifiutare i moti della mente stessa, i pensieri e le sensazioni, ma osservandoli come fossero nuvole passeggere che trascorrono muovendosi nel cielo. Durante questo semplice ma non semplicistico esercizio, essendo sollecitata la consapevolezza e l'apertura della mente, possono accadere molte cose: emergono emozioni e contenuti mentali accantonati o addirittura rimossi, riaffiorano ricordi, immagini, pensieri. Tutti vengono accolti e osservati, senza lasciarsi però trascinare da loro e mantenedo l'impegno dell'attenzione al respiro - che è vita. Questa descritta è forse la base, il cuore, di ogni esercizio di meditazione e, probabilmente, ne è anche il punto di arrivo: l'ampliamento della coscienza e dell'autoconoscenza. In mezzo, fra la partenza e l'arrivo, esistono molte altre tecniche, esercizi che stimolano, preparano, sostengono. Per esempio mediante l'uso di mantra. Pare infatti, secondo lo Yoga, che nel palato e nella bocca vi siano 84 punti energetici che, sollecitati attraverso la pronuncia di determinati suoni mantrici (dotati o meno di significato letterale) producono delle trasformazioni psichiche e anche biochimiche nel cervello e, di conseguenza, nel corpo.



Non è il caso di analizzare qui ulteriormente le particolarità degli esercizi e le loro molteplici caratteristiche, le varie forme che assumono anche a seconda delle scuole e delle culture in cui sono state sviluppate. Possiamo però sinteticamente considerare la meditazione in questo modo: l'atto di fermarsi e provare a sentirsi finalmente sé stessi.

martedì 17 luglio 2007

Non c'è più religione?


Come già qualche volta ho raccontato o accennato nei miei Blog, condivido con un gruppo di amici (e non solo) un certo tipo di ricerche "interiori", per le quali ci incontriamo e sulle quali discutiamo anche con opinioni divergenti. I "padroni di casa" di questo gruppo, i nostri gentili ospiti, ci hanno proposto nella scorsa riunione "estiva" due sollecitazioni alla riflessione scritta: una frase di Karl Jaspers e una versione filmata della commedia di Pirandello "La ragione degli altri". La frase di Jaspers è la seguente: "La storia degli ultimi secoli sembra insegnarci, come profondo ammonimento, che la perdita della religione trasforma tutto quanto. Si estingue sia l'autorità che l'eccezione: tutto sembra venir posto in dubbio e divenir fragile. Non vi è più nessuna assolutezza quando si arriva alla conclusione che nulla è vero e tutto è permesso. Con il disorientamento nasce il fanatismo che si chiude in strettoie e non vuole più pensare. Insieme alla religione come presenza della trascendenza svanisce la vera realtà. La religione ha perduto ogni forza, essa è come una statua che ha ancora l'apparenza splendida, ma che interiormente è già disgregata: un urto ed essa cadrà in polvere senza far resistenza ma, come per incantesimo, insieme a colui che l'ha urtata."
Per ciò che riguarda la commedia di Pirandello, consiglio di leggerla o vederla - se possibile. Sostanzialmente tratta di una vicenda piuttosto drammatica ambientata agli inizi del XX secolo. Una famiglia "bene" in cui il marito ha una relazione con un'altra la donna, la fidanzata di un tempo, forse perché la moglie non può dargli dei figli. Il rapporto fra marito e moglie si ricostruirà su una base paradossale: adottando la figlia avuta dall'altra donna e salvando in tal modo matrimonio e apparenze. L'altra donna accetta di cedere la figlia perché comprende che in tal modo le offre un futuro migliore, in una situazione agiata e facoltosa. Rimane sola e amareggiata.

Vorrei riportare qui, su questo mio Blog, la riflessione scritta che ho già proposto al gruppo degli amici. E' la seguente. La frase di Jaspers suggerisce come il mettere in discussione la religione, l'autorità e i valori connessi influenzi negativamente il benessere e l'armonia dei singoli individui e della società nel suo insieme, travolgendo perfino coloro che ne hanno contestato i principi. Questo crollo, sempre secondo il pensiero citato di Jaspers, sarebbe soprattutto legato alla perdita dell'assolutezza, di verità certe, al credere che "nulla è vero e tutto è permesso".Credo che l'armonia con il Sé, con la Coscienza, infonda equilibrio a tutte le attività umane e personalmente intendo per "religione" un contatto individuale sincero e profondo con la Legge Mistica, Dio, o come vogliamo definire quella verità fondamentale che sta alla base di tutto. Mi rendo conto, però, che di opinioni su questa "cosa" ce ne sono tante, tantissime, e che ognuna di esse è propagandata come l'ultima verità, mentre di fatto le credenze sono sempre state dei fattori di divisione e di violenza fra gli uomini. Normalmente i principi religiosi, infatti, sono - anche nelle persone più miti - quanto meno un metro di giudizio, soprattutto verso gli altri. E' molto frequente, infatti, che invece che applicarli su sé stessi, le persone tendano a volerli applicati, rispettati e realizzati dagli altri, verso i quali si rivolgono gran parte delle questioni moralizzatrici. Da questo punto di vista il pensiero citato di Jaspers risulta molto enigmatico: che cosa intendiamo per "religione" e, soprattutto, chi ne ha una giusta opinione, a quale autorità dobbiamo rivolgerci? Stiamo parlando di valori formali o sostanziali? E perché, ammesso che in passato questi valori ci fossero, oggi sono - secondo l'opinione corrente - mancanti o disattesi? A questo, mi sembra, può dare una risposta il lavoro di Pirandello: i principi impliciti ne "La ragione degli altri" e connessi con la famiglia e con la moralità sono soprattutto strumenti di violenza, di sopraffazione, e fondano probabilmente proprio su di una certa visione religiosa. Non prevale una sincera umanità, un dialogo caldo e aperto, bensì il freddo e cinico silenzio imposto dalle convenzioni, da ruoli inviolabili e da supposte autorità. Parafrasando il Vangelo direi in questo caso che gli uomini sono fatti per la Legge e non viceversa. Quelle convenzioni, alla fine, producono disastri, e a soccombere sono certamente i più deboli, coloro che non rientrano nelle regole e che non hanno il potere economico o sociale di trasformarle a loro piacimento pur conservando le apparenze impeccabili di un'illusoria moralità perbenista. Le mie reazioni alla visione della commedia di cui si parla sono la pena per quanto si è verificato in molte epoche del passato e il sollievo, l'enorme sollievo nel vivere oggi, in questo nostro mondo così contraddittorio eppure tanto più libero e consapevole. Un mondo che disattende certi valori semplicemente perché ne ha riconosciuta e rigettata la falsità, pur essendo certamente presente anche il rischio di buttare via insieme all'acqua sporca anche il bambino! Ho la sensazione precisa che l'umanità stia facendo un grande esperimento e andando verso una crescita graduale ma reale della coscienza. Verso una vera religiosità e una vera religione, sostanziale e concreta, il cui credo sia il rispetto degli altri e delle regole ma non la passiva e formale accettazione di vuote consuetudini, che non sia violenza ma apertura del cuore e della mente nei confronti di tutte le diversità che legittimamente costituiscono la famiglia umana. In definitiva, ricollegandomi anche al concetto espresso da Jaspers, la mia opinione è che oggi, finalmente, siamo un poco, soltanto un poco ma in maniera reale - senza maschere, false autorità e ipocrisie, più religiosi.

giovedì 28 giugno 2007

Vacanza.


L'etimologia di "vacanza" è la stessa di vacante, dal latino vacare e vacuus, vuoto. Si tratterebbe, dunque, di un periodo - quello della vacanza - libero da impegni, per lo meno quelli consueti, libero dal lavoro, oppure da altro in relazione con le abitudini della vita quotidiana. Parliamo, dunque, di una interruzione, di una sospensione dell'attività o di uno specifico tipo di attività, insomma di relax. Secondo quanto mi sembra di osservare, però, non è tanto facile concedersi una vacanza che lo sia veramente. Ho l'impressione che spesso durante questi periodi di svago il rilassamento non sia così immediato, e il "vuoto" non sia facile da praticare: si finisce con il riempire più che con lo svuotare, e addirittura ci si stressa proprio come si fa di solito nella vita normale. Per esempio, in vacanza si può eccedere nelle attività, nell'animazione, oppure si va insieme ad altre persone con le quali, invece di trovare un momento di distensione, si ripropongono tensioni, piccoli litigi o frizioni interpersonali che si pensava di lasciare finalmente alle spalle. Paradossalmente talvolta si cercano spiagge o ritrovi affollati, e magari ci si impegna nel traffico proprio come a casa! Anche se, in qualche modo, si riesce a trovare una situazione riposante, distensiva, senza impegni particolari, può avvenire che si sia incapaci di apprezzarla, e il vuoto diventi oppressivo, il silenzio risulti disperante, la mancanza di stimoli venga ad essere come un incubo dal quale non si vede l'ora di fuggire. Il fatto è che il "vuoto", anche quello delle vacanze, è simbolicamente - nel profondo - come una morte. In fondo se ne ha paura. Dopo aver tanto desiderato una pausa, la si riempie con ogni sorta di cose per evitare di fermarsi davvero; oserei dire: per non rimanere soli con sé stessi. C'è una paura dietro tutto ciò, una sorta di angoscia.

Eppure la vacanza è una cosa meravigliosa, rigenerante, durante la quale si può ritrovare l'essenziale, recuperare valori, essere più sé stessi. Se la si condivide con altri può essere rasserenante. Se la si fa con la persona con la quale si condivide la vita, è possibile finalmente rigenerarsi insieme, oppure insieme ritrovare la spensieratezza, la scoperta di nuovi luoghi, di antiche dimensioni. La vacanza è reintegrativa, è una grande benedizione, un beneficio possibile per molti soprattutto del mondo di oggi, ma non è scontato e non va sprecato. In realtà dobbiamo reimparare a ringraziare, ad apprezzare le possibilità che ci vengono offerte, a valorizzare. Però non è possibile farlo se stiamo male, se viviamo senza conoscere noi stessi, portandoci delle ferite insanabili nel cuore, immersi in una sottile o evidente angoscia dalla quale sappiamo soltanto fuggire.

Sto dicendo in fondo questo: che per avere delle vacanze soddisfacenti e che servano al loro scopo... bisogna star bene, avere già - prima di tentare di rilassarsi - un buon equilibrio, uno stato vitale alto, essere abbastanza distesi. Sembra un paradosso (o magari sembra ovvio) ma per riuscire a stare meglio... bisogna già vivere bene, cercando di trovare armonia ogni giorno, nella nostra vita quotidiana e con gli altri, sia nella psiche che nel corpo, ricercando ogni giorno un "vuoto" rigenerante e liberatorio, uno spazio che ci riconduca a noi stessi.