
Preso da uno slancio riassuntivo delle concezioni sulla morte nelle varie impostazioni filosofico-religiose e nel pensiero comune, mi sembra che in definitiva esistano solo due idee principali e contrapposte:
1. con la morte finisce la vita; dunque essa è un annullamento, un annientamento. Non c'è nulla "oltre". La vita si identifica con la materia, con la dimensione fisica visibile e con i sensi ordinari.
2. l'anima sopravvive al trapasso perché immortale ed eterna. Nell'ambito di questa visione, poi, si ipotizzano diverse forme di sopravvivenza: per esempio quella in un aldilà definitivo, in vicinanza o meno del divino, come nel cattolicesimo; oppure si pensa alla trasmigrazione o reincarnazione dell'anima immortale in successivi corpi fisici, per vivere ulteriori vite, come nell'induismo.
Il buddismo, insieme ad alcune vette del pensiero "esoterico" d'occidente, per ciò che riesco a comprendere, non è in totale accordo con nessuna delle due concezioni - considerandole non corrette. Tuttavia valuta che ci sia qualcosa di vero in ambedue, essendo espressioni di verità parziali.
Il nostro "io" così come lo conosciamo è un prodotto dei fattori che lo hanno generato: elementi genetici prima e dopo la nascita, condizionamenti culturali, ambientali e via dicendo. Nel buddismo tutte queste componenti che costituiscono la nostra personalità e l'io sono chiamati i "cinque aggregati": forma, percezione, concezione, volizione e coscienza. Nell'esoterismo "di punta" si parla di corpo fisico, astrale, mentale istintivo, mentale inferiore e superiore, ma i concetti sono analoghi: tutto quanto costituisce la nostra "stuttura", tutto ciò con cui ci identifichiamo, i nostri corpi e aggregati, è transitorio, condizionato e soggetto a "morte", a mutamento e disgregazione. Cioè, in altre parole, il "Maurizio" quale io mi sento è un fenomeno transitorio e impermanente, condizionato e deperibile come tutti gli eventi del mondo manifesto. Pur dando credibilità a dimensioni ultra-fisiche, psichiche o altro, queste considerazioni affermano che la realtà del nostro io, del nostro fisico e della nostra psiche, è identificabile con un meccanismo, una sostanza condizionata e soggetta a nascita-crescita-morte, e quindi si possono accostare a quei punti di vista moderni ateistici o materialistici che negano ogni sopravvivenza e ogni realtà sopra-sensibile.
Tuttavia il buddismo non si limita a questo, particolarmente negli sviluppi del Mahayana e del Sutra del Loto, affermando che comunque esiste all'interno della vita sia universale che individuale un quid eterno, da sempre e per sempre. Questa sorta di vera identità profonda e stabile non ha però nulla a vedere con l'anima quale normalmente è concepita. Si tratta infatti, in questo caso, di una forma di coscienza che non si risolve nei sensi fisici, nella psiche o nella mente, e neanche con il senso dell'io che con ciò si identifica, e non è legata neanche al Karma, cioè ai condizionamenti, pur essendo tutte queste cose parte di essa e sua espressione.
Tutto ciò è forse complesso, difficile da spiegare e da esaurire, però in definitiva possiamo osservare:
1. è vero che l'io finisce, perché è esso stesso un fattore condizionato, limitato e impermanente. Quindi si muore.
2. è vero che esiste una base eterna della coscienza e della consapevolezza, di difficile descrizione, in relazione con la vita universale e con quella individuale, che costituisce il filo conduttore, la spiegazione, per così dire la causa e il punto di arrivo delle nostre esistenze, pur essendo qualcosa che è oltre il tempo e quindi che non subisce trasformazione e divenire.
Concludo con una considerazione: gli assunti del buddismo non sono tanto delle speculazioni, quanto delle percezioni profonde della realtà che, magari, poi vengono anche sistematizzate in forma logica e speculativa. Essendo percezioni sulla natura della vita, di cui tutti facciamo parte, sono semplici e immediate, in un certo senso sperimentabili. Non è forse vero che tutti noi sappiamo che la morte c'è, che tutto quanto conosciamo è impermanente e, al contempo, non sappiamo tutti che c'è qualcosa di indefinibile e di eterno non soggetto a nascita e morte?
A me sembra proprio così...
1. con la morte finisce la vita; dunque essa è un annullamento, un annientamento. Non c'è nulla "oltre". La vita si identifica con la materia, con la dimensione fisica visibile e con i sensi ordinari.
2. l'anima sopravvive al trapasso perché immortale ed eterna. Nell'ambito di questa visione, poi, si ipotizzano diverse forme di sopravvivenza: per esempio quella in un aldilà definitivo, in vicinanza o meno del divino, come nel cattolicesimo; oppure si pensa alla trasmigrazione o reincarnazione dell'anima immortale in successivi corpi fisici, per vivere ulteriori vite, come nell'induismo.
Il buddismo, insieme ad alcune vette del pensiero "esoterico" d'occidente, per ciò che riesco a comprendere, non è in totale accordo con nessuna delle due concezioni - considerandole non corrette. Tuttavia valuta che ci sia qualcosa di vero in ambedue, essendo espressioni di verità parziali.
Il nostro "io" così come lo conosciamo è un prodotto dei fattori che lo hanno generato: elementi genetici prima e dopo la nascita, condizionamenti culturali, ambientali e via dicendo. Nel buddismo tutte queste componenti che costituiscono la nostra personalità e l'io sono chiamati i "cinque aggregati": forma, percezione, concezione, volizione e coscienza. Nell'esoterismo "di punta" si parla di corpo fisico, astrale, mentale istintivo, mentale inferiore e superiore, ma i concetti sono analoghi: tutto quanto costituisce la nostra "stuttura", tutto ciò con cui ci identifichiamo, i nostri corpi e aggregati, è transitorio, condizionato e soggetto a "morte", a mutamento e disgregazione. Cioè, in altre parole, il "Maurizio" quale io mi sento è un fenomeno transitorio e impermanente, condizionato e deperibile come tutti gli eventi del mondo manifesto. Pur dando credibilità a dimensioni ultra-fisiche, psichiche o altro, queste considerazioni affermano che la realtà del nostro io, del nostro fisico e della nostra psiche, è identificabile con un meccanismo, una sostanza condizionata e soggetta a nascita-crescita-morte, e quindi si possono accostare a quei punti di vista moderni ateistici o materialistici che negano ogni sopravvivenza e ogni realtà sopra-sensibile.
Tuttavia il buddismo non si limita a questo, particolarmente negli sviluppi del Mahayana e del Sutra del Loto, affermando che comunque esiste all'interno della vita sia universale che individuale un quid eterno, da sempre e per sempre. Questa sorta di vera identità profonda e stabile non ha però nulla a vedere con l'anima quale normalmente è concepita. Si tratta infatti, in questo caso, di una forma di coscienza che non si risolve nei sensi fisici, nella psiche o nella mente, e neanche con il senso dell'io che con ciò si identifica, e non è legata neanche al Karma, cioè ai condizionamenti, pur essendo tutte queste cose parte di essa e sua espressione.
Tutto ciò è forse complesso, difficile da spiegare e da esaurire, però in definitiva possiamo osservare:
1. è vero che l'io finisce, perché è esso stesso un fattore condizionato, limitato e impermanente. Quindi si muore.
2. è vero che esiste una base eterna della coscienza e della consapevolezza, di difficile descrizione, in relazione con la vita universale e con quella individuale, che costituisce il filo conduttore, la spiegazione, per così dire la causa e il punto di arrivo delle nostre esistenze, pur essendo qualcosa che è oltre il tempo e quindi che non subisce trasformazione e divenire.
Concludo con una considerazione: gli assunti del buddismo non sono tanto delle speculazioni, quanto delle percezioni profonde della realtà che, magari, poi vengono anche sistematizzate in forma logica e speculativa. Essendo percezioni sulla natura della vita, di cui tutti facciamo parte, sono semplici e immediate, in un certo senso sperimentabili. Non è forse vero che tutti noi sappiamo che la morte c'è, che tutto quanto conosciamo è impermanente e, al contempo, non sappiamo tutti che c'è qualcosa di indefinibile e di eterno non soggetto a nascita e morte?
A me sembra proprio così...