giovedì 21 dicembre 2006

Buone feste solstiziali!


Auguri a tutti per le festività che andiamo a celebrare. Il solstizio d'inverno, come già ho ricordato in altri miei post, è un momento importante nella Tradizione, al di là delle singole confessioni religiose. Gli antichi romani festeggiavano in questo periodo il Sol Invictus e, in un certo senso, nel cambiamento astronomico che avviene fra sole e terra durante il solstizio invernale, sta proprio il nucleo principale, il senso delle feste che ancora oggi osserviamo, quelle del Natale e del Capodanno. Mi riferisco, naturalmente, al passaggio fra la "metà oscura" e quella "luminosa" dell'anno. In sintesi, collegandoci idealmente con quanto avviene nel macrocosmo, possiamo affermare che anche nel microcosmo-uomo, cioè in noi stessi, c'è la possibilità effettiva di una rinascita. Al senso profondo di questo rinnovamento, al suo significato simbolico, ci si connette profondamente in questo momento dell'anno e, celebrandolo, sentendolo veramente in sé, percependone il senso riposto, è possibile che il rito esteriore travalichi il suo aspetto formale e risuoni nel cuore trasmutandolo: il rito può divenire "magia", darci effettivamente quella forza rivoluzionaria di cui periodicamente abbiamo bisogno per lasciarci alle alle spalle il passato, i condizionamenti, il "vecchio", il limite. Poiché credo che non riaprirò questo mio Blog prima del nuovo anno e certamente dopo le feste, intanto auguro un sostanziale rinnovamento interiore ed esteriore a tutti coloro che... lo desiderano!

mercoledì 13 dicembre 2006

Euthanatos.


Senza entrare nello specifico della polemica di questi giorni sulla "buona morte", vorrei fare qualche riflessione o, piuttosto, pormi degli interrogativi - soprattutto in relazione al cosiddetto "accanimento terapeutico" - perché di risposte assolute credo che nessuno ne abbia. Vorrei innnanzitutto chiedere perché è considerata una questione di fede il voler mantenere vivi ad ogni costo coloro che provano atroci incurabili sofferenze, anche a dispetto della loro volontà? Di solito la faccenda è posta in questo modo: la vita è un dono di Dio, quindi fede significa continuare a vivere e a sostenere la vita ad ogni costo. Domanda: non è anche la morte un dono di Dio? Dopotutto il binomio vita-morte è costantemente alla base della nostra esperienza, dell'ambiente e della struttura dell'universo per come li conosciamo. Anzi, potremmo quasi formulare l'equazione: Esistenza = vita-morte, questi ultimi essendo i due termini di un binomio inseparabile, di una complementarità in forza della quale le cose sono come sono. Immaginate se non morisse mai nessuno? Quanto meno avremmo dei problemi di sovrappopolazione! Poi non ci sarebbe nessuna forma di cambiamento, perché la morte è anche questo: trasformazione. Tutti con le stesse opinioni, le stesse culture, gli stessi poteri... per sempre! E gli animali? Quelli, invece, potrebbero morire, oppure i dinosauri e i mammut dovrebbero stare fianco a fianco con i nostri animali domestici? E le piante, i sistemi solari, gli universi? Tutto eterno e immutabile? Francamente ho l'impressione che la morte abbia un senso, che possa essere anch'essa un dono, una benedizione, qualcosa di armonico per l'esistenza del tutto. Altra domanda: se la fede spinge a credere che la vita debba essere conservata anche nei momenti peggiori, a dispetto di qualsiasi malattia, non potrebbe essere fede anche il non aggrapparsi tenacemente al corpo, abbarbicarsi ai beni, al proprio nome e alla propria forma attuali, resistendo ad oltranza per conservarli, per non abbandonarsi alla compassionevole morte (magari quella che sopraggiungerebbe con naturalezza se non vi fosse un accanimento terapeutico)? Domando ancora: ammettendo, come tutti ammettiamo, che uccidere sia qualcosa di sbagliato, cioè una forma di violenza, perché riguardo agli animali non abbiamo nessun problema morale a sopprimerli in caso di necessità, anche gli animali che amiamo molto? Anzi, ci sembra un atto misericordioso? Per gli uomini - razza superiore, eletta da Dio - ci sono un sacco di remore morali, perché con la nostra tecnologia oggi possiamo prolungare la vita dei malati terminali, e la loro sofferenza, per un tempo lungo, più o meno indefinito. E se Dio ci ponesse, per così dire, questo problema per farci andare un pò più a fondo nella nostra percezione della vita e della morte - che accetta l'una come bene e rifiuta l'altra come male? Ultima domanda: se è giusto che la Chiesa Cattolica esprima le sue opinioni su questi temi, non dovrebbero essere tali opinioni vincolanti soltanto per i fedeli della relativa religione, e non necessariamente per gli altri? Oggi l'urgenza è scoprire quali possano essere i valori condivisi da una società e da una cultura sempre più composite e pluriorientate, non più obbedienti ad una sola ottica: questa pluralità, infatti, non esclude di per sé l'esistenza di valori, bensì richiede un ampliamento e un approfondimento tali da rappresentare qualcosa di valido e onnicomprensivo. Certo, difficile. Ma non impossibile, soprattutto perché attualmente c'è l'urgenza di questo tipo di crescita.

mercoledì 29 novembre 2006

Famiglia, Poleis e nuovi valori.


Dopo la lettura dei lavori presentati sabato scorso al CIS (un gruppo con il quale collaboriamo su temi di ricerca "esoterica" o interiore) sulla “famiglia” come base della società, le osservazioni sulla crisi di valori nel mondo attuale e dopo il relativo dibattito, io e Paola abbiamo continuato a parlarne fra di noi, facendo ulteriori considerazioni in merito. Il tema non è semplice: è dotato di una sua intrinseca complessità e ogni valutazione dipende dalle convinzioni individuali sulla vita, sulla morale e sulla società, dunque non è neppure facile scriverne in poche righe sintetiche, efficaci e non offensive rispetto alle sensibilità diverse. Il presente elaborato - che risponde alla richiesta dei conduttori del CIS di produrne uno e che voglio riproporre su questo mio Blog - è il tentativo di esporre il senso delle nostre comuni riflessioni sull’argomento, risultanti dal dialogo e da una interazione di tipo familiare - proprio per essere in linea con il tema! In tal modo possiamo già mettere in luce uno dei significati che attribuiamo all’idea di famiglia: quello del completamento reciproco attraverso le differenze individuali, in vista di un unico obiettivo o con una visione unitaria. La famiglia è analoga alla Poleis, alla società in genere e ad una qualsiasi forma di collaborazione basata sulla coesione, sul rispetto, sulla condivisione. Allo stesso modo è analoga alla configurazione interna di un singolo individuo, sia dal punto di vista fisiologico – l’insieme organico, sia per quanto riguarda gli altri piani: psichico, mentale e spirituale, esprimendo anche la coordinazione fra di loro. Sottolineiamo l’importanza di due concetti che, a nostro avviso, informano in pari grado l’idea di famiglia e di società in esame: quelli della complessità e dell’unità. Come esemplificazione simbolica di ciò facciamo riferimento alla straordinaria rivoluzione rappresentata nello sviluppo biologico delle forme viventi dagli organismi pluricellulari: attraverso la specializzazione e la differenziazione delle cellule, cioè per mezzo della bio-diversità integrata in un unico insieme organico, la vita ha prodotto funzionalità e interazioni sempre più complesse e atte a riprodurre anche nei piccoli insiemi la meravigliosa molteplicità di quelli più grandi: i sistemi solari, le galassie, gli universi. Osando ancora di più e facendo riferimento all’indagine filosofica e al sentimento religioso, possiamo considerare l’Esistente stesso come costituito dai due fattori dell’unità onnicomprensiva e della molteplice e infinita diversità dei fenomeni. Riflettendo su queste cose ci siamo convinti che dal punto di vista sociale, culturale e spirituale l’umanità sta vivendo una rivoluzione analoga a quella anzidetta, dalla monocellula - cui possiamo paragonare le culture pregresse nella storia a noi conosciuta - all’organismo pluricellulare: la nuova società procede verso l’apertura, la comunicazione totale, l’assimilazione e valorizzazione della complessità e della diversità. La globalizzazione, che nell’attuale presenta moltissimi aspetti negativi in relazione alla crescente uniformità e appiattimento delle realtà nazionali e locali, relativi anche allo sfruttamento massivo di certe aree del mondo a beneficio di altre, ha in sé la potenzialità positiva della comunicazione, del dialogo, dello scambio a tutti i livelli: nessuno potrà più dire di non sapere, di non avere la responsabilità. Il processo attuale di evoluzione delle coscienze, a noi sembra, procede nella direzione dello sviluppo del valore di ogni singolo individuo, di ogni singolo componente di questo mondo, che non delegherà più ad una qualche norma morale o religiosa o sociale imposta dall’esterno e dall’alto o ad una qualche autorità la responsabilità verso la propria vita, quella degli altri e verso l’ambiente. Siamo grati per la libertà di cui già oggi è possibile usufruire, una libertà limitata ma comunque esistente, che ci permette anche di far parte di gruppi di ricerca interiore come quello del CIS che, in altre epoche, non sarebbero stati tollerati dalla cultura dominante. Una libertà che ci permette di strutturare la nostra famiglia non in base a ruoli precostituiti da altri, ma in base alle nostre scelte consapevoli. Questa è la direzione di sviluppo che già intravediamo e auspichiamo per il futuro dell’umanità, pur non negando gli attuali terribili problemi mondiali cui ancora non s’è trovata soluzione, anzi. Dal rovescio del tappeto si vedono soltanto gli intrichi, spesso incomprensibili e apparentemente senza scopo, dei fili: è solo sul davanti, sul diritto del tappeto, che è possibile ammirare il meraviglioso disegno che presenta; così crediamo con profonda convinzione che esista uno scopo superiore, un disegno nascosto e reintegrativo anche per ciò che ora risulta doloroso o inaccettabile. A nostro parere la situazione mondiale attuale si trova, facendo un parallelo metaforico con gli stadi della crescita nell’età evolutiva dell’uomo, nella fase adolescenziale: quando si verifica quel difficile passaggio dall’infanzia all’età adulta, nel quale le certezze crollano e i nuovi valori non sono ancora ben conosciuti e compresi. In quel momento, proprio per poter crescere come individui autonomi, ci si trova a liberarsi dagli ideali precedenti, quelli dei genitori, attraverso una più o meno dura contrapposizione o confronto con essi, per trovarne di propri o per digerire e rielaborare a proprio modo quelli vecchi. E’ un momento in cui si possono fare errori, certamente, ma è necessario imparare a fare da soli: quanto di positivo si era assimilato nell’infanzia può essere senz’altro di guida nella successiva formazione, ma guai se diventa condizionante al punto da impedire il cammino e da produrre chiusure invece che aperture – così importanti per l’accoglimento del nuovo. Riteniamo questo principio valido per qualsiasi percorso di maturazione e nei riguardi di qualsiasi autorità la quale, se è davvero tale, deve sostenere, educare ed orientare fino ad un certo grado, ma non paternalisticamete sostituirsi in tutto alla coscienza dei singoli. Se lo sviluppo mondiale sta davvero andando nella direzione da noi intravista e auspicata, nessuna cultura chiusa e arroccata su vecchi valori, per quanto coesa e determinata, potrà alla lunga resistere alla forza liberatrice consistente nell’accoglimento delle differenze e nel riconoscimento del loro valore in vista di una unità superiore – quest’ultima non più monolitica e monoculturale, ma complessa, pluriorientata, e con quel grande obiettivo che ne include in sé moltissimi altri: la pace.

venerdì 17 novembre 2006

Week end.


Augurando un buon fine settimana oggi mi sono reso conto di una cosa. Ovvia, si potrà dire, però a volte uno conosce certe cose, ma non le nota, come se non arrivassero veramente alla coscienza e alla consapevolezza: il guardare senza vedere, dal quale si potrebbero trarre utili osservazioni sul significato del Risveglio e dell'Illuminazione. Per tornare a ciò che ho notato augurando buon fine settimana: mi sono reso conto di quanto la concezione filosofico-religiosa informi tutti i nostri comportamenti, anche i più banali, anche quelli che sembrano i più lontani da quel tipo di ideologia. Ogni cultura ha i suoi presupposti e, nella nostra, il fatto stesso che ci sia un week-end deriva dritto dritto dalla Bibbia, dove Dio ha il suo riposo settimanale! Che poi esso sia la domenica, il sabato o il venerdì, il concetto non cambia. E, probabilmente, l'idea della settimana, del riposo periodico, del ritmo settenario, ha radici ancora più antiche di quelle ebraiche: caldee, babilonesi, e via e via. In effetti, a ben riflettere, tutte le nostre azioni, la nostra cultura, le consuetudini, i comportamenti, nascono da una visione del mondo, cioè da una concezione filosofica di base che, comunque, non necessariamente deriva da una elaborazione individuale. Può essere anche la passiva accettazione di una visione collettiva, sociale, familiare, che - anche se inconsapevole - condiziona la nostra vita, le nostre opinioni. Non dico che tutto ciò sia sbagliato, è che non sempre ci rendiamo conto che la presunta oggettività delle cose dipende dal punto di vista dal quale le si guarda. Per esempio la scienza, la ricerca scientifica, cui oggi si da il massimo di credibilità al punto da non mettere praticamente mai in discussione i suoi enunciati, si fonda su una certa visione del mondo - materialista, meccanicista, eccetera. Eppure il Big Bang, per continuare nell'esempio, prima che scientifico è un assunto filosofico: se non altro perché si va cercando una creazione, un punto iniziale dell'Universo. C'è veramente? Quanto la nostra mente e la nostra esperienza sulla vita condizionano perfino la domanda che poniamo alla ricerca scientifica? Di certo l'argomento meriterebbe ulteriori approfondimenti. Però... siamo al fine settimana. Meglio riposarsi!

mercoledì 8 novembre 2006

Trick or treat.


Voglio qui prescindere dall'approfondimento sulle origini della festa di Halloween, e anche sul suo supposto essere meno valida per noi italiani perché "importata" (la cultura di tutti i paesi è infarcita di importazioni, di elaborazioni, di scambi con altre tradizioni); neppure voglio argomentare sull'opinione che sia un evento artificioso ed esclusivamente "commerciale" (cosa oggi non lo è?). Vorrei però far notare che questa festività si unisce a quella cristiana di Ognissanti: anzi, è stata certamente rielaborata dal cristianesimo - com'è avvenuto in moltissimi altri casi - e reinterpretata nel suo calendario, mentre la celebrazione di partenza è certamente molto più antica e in relazione con il ciclo stagionale. Nel periodo autunnale, infatti, la natura cala - per così dire - nel buio e nel freddo: le ore di luce si riducono sempre di più, il brutto tempo e il freddo si fanno vieppiù incalzanti. Il simbolismo correlato, naturalmente, è quello della morte, del disfacimento della vita fisica e della sua manifestazione. La morte è un evento misterioso, sul quale l'uomo si è sempre posto domande, sul quale ha trovato risposte anche di elevatissimo ordine filosofico e spirituale. Nelle culture agricole, probabilmente, veniva sottolineata la necessità di affrontare nel miglior modo possibile la fase oscura dell'anno solare e la disgregazione dell'energia della terra, esorcizzandone gli aspetti inquietanti e incoraggiando a preparare e attendere un rinnovamento che, certo, sarebbe venuto. Il periodo di ottobre-novembre, allora, la festa di Ognissanti e dei Morti, rappresentano una Porta stagionale e simbolica, un'apertura dimensionale attraverso la quale si entra in contatto con l'Oltre, con la Tomba, con il Mistero. Per questo possiamo vedere le tradizionali rappresentazioni di spiriti, streghe, folletti, di zucche come terrifici teschi contenenti luci fatue e inquietanti. In questo modo possiamo entrare in contatto con l'Altrove, con il Buio, rendendocelo simpatico, familiare, divertente, provando un brivido piacevole anche per la paura che ci suscita. La locuzione tradizionale per i paesi anglosassoni "trick or treat (scherzetto o dolcetto)" pronunciata dai bambini mascherati da zombi o simili, è eloquente: sicuramente ripropone antichi rituali nei quali si offriva cibo agli spiriti dei morti per placarli, per renderseli amici, per attraversare la Soglia Annuale dell'Altrove con fiducia. Il punto centrale di tutto ciò è il desiderio di blandire i morti con doni e offerte, che nelle varie tradizioni molto spesso sono in forma di cibo. La nostra oblazione di fiori nei cimiteri potrebbe essere il residuo di un primordiale dono di frutta, fiori, cereali, acqua e altro, come se i defunti dovessero e potessero essere alimentati. Freud osservò che rispetto ai trapassati l'uomo ha un senso di colpa insopprimibile che cerca di esorcizzare e tenere sotto controllo: sentimento colpevole generato forse dal fatto stesso di essere vivi, perché invece altri sono morti al nostro posto - una sorta di inconscio "mors tua vita mea" di tutti gli esseri viventi. In effetti vivere significa anche affermare la propria esistenza a dispetto di quella degli altri: vivendo si uccide, lo si fa continuamente, respirando, muovendosi, reagendo alle malattie e ai fattori avversi rappresentati da altri organismi biologici e, soprattutto, alimentandosi. Da ciò verrebbe l'idea che ai morti manchi soprattutto il cibo, proprio in quanto affermazione positiva su altri esseri - quelli dei quali ci si ciba. I defunti, dunque, sarebbero spiriti affamati. Affamati, in sostanza, di vita. Ecco perché fornendo loro del cibo vogliamo appagarli, dare loro l'essenziale, quello di cui hanno bisogno. Da qui anche la rappresentazione mitica dei vampiri, anch'essi spiriti, zombi, affamati di sangue, cioè ancora una volta di vita. Quanto finora affermato, tuttavia, descrive soltanto un aspetto della questione del rapporto vivi-morti, quello forse più primitivo, viscerale, quello meno evoluto e cosciente. Esistono altre concezioni più consapevoli e filosoficamente più interessanti e, forse, più vicine alla realtà delle cose. Secondo le dottrine orientali, particolarmente quelle buddhiste (e sappiamo quanto il buddhismo si sia interessato della morte e dello stato-intermedio fra il trapasso e la successiva rinascita), il punto essenziale dello stato post-mortem è che in esso non è possibile una crescita evolutiva, che invece può avvenire durante l'esistenza manifesta. L'idea è che facendo esperienze, incontrandosi e scontrandosi con eventi esterni all'io, la coscienza viene messa alla prova, viene spinta a mutare, a evolvere. Dopo la morte, invece, non essendoci questo incontro-scontro con la dimensione fisica-esteriore, è possibile soltanto la rielaborazione delle esperienze occorse durante la cosiddetta "vita": rielaborazione che, però, può essere più o meno efficace, più o meno risolutiva ai fini della chiarezza raggiunta, della comprensione di quanto è accaduto nel corso della vita e del suo significato per la successiva evoluzione individuale. Il discorso è certamente lungo e complesso, ma possiamo trarre una conclusione: il significato più profondo dell'offerta ai defunti è quello simbolico connesso con il nutrimento; come se, donando il cibo, si auspicasse per loro l'acquisizione completa del nutrimento coscienziale contenuto nelle esperienze avute. Esiste anche un possibile contesto interpretativo tutto individuale: i defunti rappresentano le nostre esperienze concluse, le parti di noi che sono morte, che sono mutate, che sono - per così dire - calate o tornate nell'inconscio. Se, però, in esse c'è qualcosa di irrisolto, dei contenuti repressi o rimossi, possono per compensazione avere bisogno di attenzione, averne fame, richiederla con insistenza. Questo tipo di domande da parte dell'incoscio, se inascoltate, possono diventare pericolose - in proporzione diretta con il grado di rimozione e di oblio con i quali si vuole relegarle lontano dalla coscienza. Sono pericolose perché possono vendicarsi, cioè portare a degli squilibri della personalità interferendo con la vita cosciente, ottenebrandola. Nel significato individuale, dunque, offrire cibo ai morti significa regalare attenzione alle parti di noi irrisolte, essenzialmente perché non rese consapevoli nel senso alto, anche spirituale, del termine...

lunedì 6 novembre 2006

Scrivere sul blog.


Questa è una riflessione personale sull'esperienza di scrivere in un Blog. Altri, è ovvio, potrebbero fare considerazioni differenti o di tutt'altro genere... Quando ho iniziato - e sono abbastanza sorpreso di constatare come sia già passato un anno! - mi intrigava la possibilità di poter scrivere come in un diario pensieri, sensazioni e riflessioni sugli argomenti di mia scelta, ma non ero del tutto consapevole del fatto che i miei appunti potevano essere letti da altri! Cioè: lo sapevo, naturalmente, però non mi rendevo conto fino a che punto il Blog potesse essere uno strumento di condivisione, di comunicazione con altre persone. In piccola o grande misura lo è. Talvolta, da questo punto di vista, è sorprendente, inatteso. Uno degli aspetti positivi di questo tipo di scrittura e di occupazione è stato per me quello di poter strutturare - anche con miei Blog paralleli su specifici argomenti - una configurazione che ha chiarito a me stesso la costellazione dei miei campi di interesse, che mi ha regalato una visione d'insieme e, dunque, mi ha fornito spunti di autoconoscenza e di crescita. Però ho notato questo: finché le mie riflessioni erano, diciamo così, "per me stesso", scrivere era un fatto liberatorio e soprattutto facile, scorrevole. Poiché, invece, progressivamente sono diventato sempre più percettivamente cosciente della presenza di "lettori", devo confessare che la spontaneità - come forse sempre succede - è venuta a ridursi, e anche il divertimento. Sono subentrate preoccupazioni di coerenza, di opportunità e altro. Alla fine (naturalmente senza nessuna responsabilità da parte di chi mi legge!) mi sono bloccato: è un bel pò che non scrivo più, essenzialmente perché non mi diverto più, perché ogni argomento che vorrei affrontare liberamente viene frenato da remore e considerazioni varie. In breve è entrato in azione il classico Super-io psicanalitico, il censore interno. Ebbene, quello di questo momento è un atto di ribellione: basta con le considerazioni di opportunità! Voglio ricominciare a scrivere in maniera rilassata, senza preoccupazioni, per conoscere me stesso, per condividere con chi ha la bontà di leggermi - e che saprà scusarmi se esco fuori dalle righe, se eccedo in qualcosa, se rischio l'offesa verso qualcuno. Forse, e per me lo è, questa è la funzione principale di un Blog: la naturalezza delle riflessioni, la serenità e la gioia della eventuale comunicazione dei propri pensieri, la disponibilità ad esprimersi e anche ad ascoltare l'eventuale replica, per imparare. Inoltre, credo, quanto più si esprime sé stessi in maniera veritiera, tanto più si è in grado di dare e anche di apprendere dagli altri - questo in virtù della sorgente di umanità che ci accomuna, dell'unità fondamentale che esiste fra le persone. Bene, riparto. Grazie a tutti!

martedì 26 settembre 2006

Dio-Padre.


Gli avvenimenti degli ultimi giorni in campo "interreligioso", le presunte o reali reciproche offese, i lodevoli ma ancora immaturi tentativi di dialogo fra Islam e cattolicesimo, mi hanno ancora una volta fatto riflettere sull'imperscrutabilità di quello che chiamerei... Assoluto, ciò che comunemente si dice “Dio”, e sulle concezioni che gli uomini se ne fanno. La mia impressione è che, sebbene da sempre si cerchi di comprendere e definire l’Ulteriore - e talvolta lo si percepisca anche concretamente nella fede attraverso uno slancio intuitivo e appassionato - la mente poi finisca quasi sempre con il proiettare su di Esso i limiti, le opinioni, le credenze tipicamente umane – anche nel senso peggiore. In questo senso mi sembra che le osservazioni della psicanalisi o della psicologia possano tuttora essere utili per capire quanto accade nella religione e osservare come gli uomini sovrappongano al divino delle immagini per lo più legate alla figura archetipica ed edipica del "Padre". "Dio" è visto quindi in chiave antropomorfa e personalistica come Sovrano, Genitore, Maestro, come un'autorità maschile da temere e amare, di cui rispettare le regole più o meno rigide e inviolabili. Egli ha le sue “opinioni” ben precise sulla famiglia, sul comportamento individuale, sulla società, sull’etica. Essere “credenti” o “devoti”, dunque, vuol dire essenzialmente obbedire alla Sua Legge e rispettarla, come figli e come sudditi, o addirittura servi. In effetti l’immagine di Dio cambia nelle varie culture a seconda di come in esse si concepisca il padre e di come si immagini il sovrano ideale: giusto, severo, compassionevole, inflessibile, flessibile, amorevole, spietato, guerriero, pacifico, eccetera. Talvolta, nelle diverse società religiose, può risaltare di più il Suo aspetto di Signore degli Eserciti, talaltra quello di Pater Familias… Tutto ciò, naturalmente, accade particolarmente nei culti monoteisti, che sostanzialmente hanno come loro caratteristica peculiare – e forse principale – quella di avere eliminato la figura femminile in seno alla divinità, salvo poi a riscattarla o valorizzarla come Madre pietosa, Sposa sottomessa o simili. Le religioni del mondo antico, invece, ammettevano con piena dignità accanto ai descritti aspetti maschili della divinità, anche deità femminili in contatto profondo con la vita e con l’amore. Gli antichi personificavano anch’essi le forze divine conferendo loro i caratteri degli uomini e delle donne, le loro passioni, la loro maternità o paternità, il loro essere di volta in volta più vicini all’istinto o alla ragione, all’amore o al rigore. Però non sempre le rappresentazioni erano antropomorfe, perché ad un livello più filosofico ed elevato gli antichi sapevano, ad esempio, immaginare la dea Afrodite come la spirale della vita, la grande e misteriosa forza che sta alla base dell’esistenza. Nel mito e nel simbolo i greci pensavano, inoltre, ad una potenza misteriosa di cui gli Dei stessi avevano timore, perché li sovrastava: Oudèn, il Vuoto, il Nulla, e non possiamo non raccogliere l’analogia con l’Ain Soph e l’Esistenza Negativa dei cabalisti ebraici oppure con lo Shunyata buddista. Anzi, proprio procedendo verso Oriente questo doppio aspetto del divino – quello personalistico e antropomorfo e quello inconoscibile e impersonale – diventavano (e sono tutt’oggi) sempre più consapevolmente accettati e coesistenti agli occhi del religioso, anche a livello comune e popolare.

mercoledì 26 luglio 2006

L'ultima tentazione di Cristo.


Per riprendere in parte il discorso sul Codice da Vinci, mi sembra importante sottolinearne un aspetto: il nucleo principale di quel racconto sta nel fatto che Gesù si sarebbe sposato con la Maddalena e avrebbe avuto una discendenza. In proposito ricordo un film di Martin Scorzese, bellissimo, che nel 1988 generò uno scandalo analogo a quello attuale per il Codice: anche in quella storia - tratta dal libro di Nikos Kazantzakis - si parla dell'unione d'amore di Gesù con la Maddalena, però in forma di fantasia, come una "tentazione" del Cristo sulla croce, che immaginava di poter svolgere una vita normale, anche matrimoniale - come tutti gli ebrei dell'epoca - insieme alla sua amata. Nel film erano presenti alcune scene di abbracci, di amore, fra Gesù e Maria di Magdala, e questo infastidì molto quelli che del Cristo avevano un'immagine meno "umana" e più divina: in breve considerarono quelle scene un'offesa a Dio. Ricordo personalmente i capannelli di persone davanti ad un cinema di Londra che manifestavano contro il film e avvertivano che entrare nella sala di proiezione era un grave peccato, un sacrilegio! All'epoca ci fu anche un attentato di stampo terroristico da parte di un gruppo cattolico fondamentalista, con bombe molotov all'interno di un cinema parigino e il ferimento di tredici persone. Fortunatamente, a quanto ne so, il Codice da Vinci non ha generato problemi del genere, a parte le rimostranze di un certo tipo di credenti e qualche vicenda legale. D’altra parte il successo del Codice – il libro e il film – è molto più ampio, molto più di massa, e quindi è anche più difficile opporvisi... Perché tanto sdegno all’idea che Gesù possa essersi sposato? Non credo che si possa negare che egli fosse un ebreo e, quindi, che la cosa potesse essere probabile: a parte certe sette che osservavano in tutto o per certi periodi il celibato – come pare facessero gli Esseni e forse anche i seguaci di Giovanni il Battista (che secondo qualcuno potrebbero essere le stesse persone) – il matrimonio era considerato parte della religione, della rettitudine, dell’adesione alla Legge divina. Nella Bibbia Dio non fa che promettere ai Patriarchi una discendenza numerosa come le stelle nel cielo: dunque sposarsi e procreare è essenziale per seguire la Volontà del Creatore. Nessuno dei Patriarchi biblici è celibe o dedito al voto di castità. Se Gesù si fosse sposato, anche da Rabbi, non avrebbe fatto nulla di sconveniente. Questo dal punto di vista ebraico. Da quello cristiano, invece, ci sono dei problemi: Gesù è Dio. Maria, sua madre, Lo concepisce da vergine. Quindi la sessualità è totalmente assente, e questa mancanza viene probabilmente considerata una caratteristica divina, quasi il segno, la prova, della divinità del Cristo. Il sesso è materia, Gesù è spirito. Dio è diverso, lontano dal mondo. Lo crea, ma ne è separato. Inoltre è Padre... ma senza la Madre, come invece era in molte antiche cosmogonie! Non c’è da meravigliarsi che la cultura derivata da queste idee sia stata per duemila anni sessuofobica in maniera violenta e restrittiva: ancora oggi, nell’ambito delle religioni cristiane, la sessualità credo sia tollerata come un male minore, necessario soltanto alla riproduzione della specie. Almeno a parole…

martedì 25 luglio 2006

Codice da Vinci e Santo Graal.


Ecco qualche riflessione sul Codice da Vinci e sul suo enorme successo editoriale... Praticamente quasi tutti hanno letto il libro, e ora c'è anche il film! Senza entrare nel merito del racconto di Dan Brown e delle "rivelazioni" che egli fa su alcuni aspetti della storia del Cristo (tra l'altro già ben documentati in un testo degli anni '80, il "Santo Graal" - di Baigent, Leigh, Lincoln) vorrei cercare di capire da cosa origina l'enorme interesse collettivo che si è generato intorno ad esso. Innanzitutto c’è il richiamo alla figura di Leonardo da Vinci e, conseguentemente, al Rinascimento italiano: un’epoca di grande fermento che, nell’immaginario collettivo, è legata al genio, alla rivoluzione generata dalla mente dell’uomo, dalla sua abilità e conoscenza. Così è Leonardo: quasi un archetipo di chi è capace di comprendere i segreti del mondo e della vita. Il “Codice da Vinci”, dunque, allude proprio a questa conoscenza, alla custodia di un segreto, ad un’intelligenza illuminata che nasconde una verità sconvolgente lasciandone, però, alcuni precisi indizi che soltanto chi è abbastanza attento e preparato può riuscire a decifrare. Dunque, dicevamo, il genio, e un misterioso segreto. Poi c’è il “labirinto”: cioè la ricerca condotta attraverso una serie di indicazioni quasi indecifrabili, vicoli ciechi, false conclusioni e colpi di scena continui. Durante questa ricerca la realtà quotidiana assume una diversa capacità di comunicare significati, tutto diventa suggerimento, indicazione, allusione e dietro tutto, ancora, una mente – o più menti – che orchestrano il gioco, che lo hanno preparato per centinaia di anni. Menti che comprendono, che sanno, che allestiscono e proteggono una rivelazione rivoluzionaria. Contrapposte ci sono altre intelligenze che, però, sono intrise di potere, di corruzione, di avidità – che vogliono impedire il corretto svolgimento della ricerca e impossessarsi con la violenza del risultato. Qual è poi questo grande segreto, l’oggetto della contesa? Essenzialmente questo: che la religione, la scienza e il potere organizzati hanno volutamente distorto la verità delle cose, e che il “sacro” è molto più vicino a noi, oggi, di quanto si possa immaginare. Il lignaggio del Maestro non è distante e il Santo Graal, oggetto della ricerca più appassionante della storia dell’occidente, è il ventre della donna con la sua possibilità generativa, è – insomma – l’uomo stesso, l’uomo comune – con la sua normale biologia, con la sua psiche, con la capacità di vivere e trasformare la realtà. Il divino non è patrimonio di qualcuno, ma è nostro, siamo noi… In questo modo il “Codice da Vinci”, forse, ha risvegliato antiche simbologie, passioni addormentate, ha riscoperto la Cerca del Graal riambientandola e reinterpretandola per l’epoca attuale, sicuramente ispirando altri film, altri libri sull’argomento. Certamente il paragone fra Dan Brown e Chretien de Troyes è eccessivo e azzardato, pur essendo entrambi romanzieri di una saga mitica. Inoltre il fenomeno attuale può smorzarsi in un batter d’occhio – come succede nel nostro mondo dove le mode nascono e svaniscono soppiantate da altri fenomeni commerciali e di costume – mentre Chretien de Troyes ha dato inizio nel 1190 ad un interesse che è durato centinaia di anni e che, in un certo senso, ancora sopravvive. Anzi, sono abbastanza convinto che lo scrittore americano, Dan Brown, abbia saputo trovare un aggancio “popolare” a quella antica vena, a quella saga che, forse, non si è mai sopita nell’animo dell’occidente – perché parla al cuore e indica una religiosità viva, senza intermediari, misteriosa ma contemporaneamente vicina e accessibile per tutti noi.

mercoledì 12 luglio 2006

Marcia Trionfale.


Non sono un appassionato di calcio, anzi... direi proprio il contrario. Tuttavia questa volta ho osservato con interesse le vicende dei mondiali e ho seguito le competizioni con un certo piacere. In breve sono riuscito a calarmi nei panni di chi queste cose le ha sempre seguite ed apprezzate. Sono molto contento di questo, e in effetti per me è una vittoria personale: con la maturità (intendo con il progredire dell'età e non necessariamente della saggezza) mi rendo conto che è bello e importante calarsi nelle atmosfere 'collettive', nelle modalità consuete della vita... se non altro per capire, per condividere, per partecipare. Quella sorta di arroganza intellettuale, quella malcelata e sottile vena di disprezzo 'rivoluzionario' verso le mode e le opinioni comuni si va in me stemperando, sostituita dal desiderio di comprendere, forse addirittura - non vorrei usare parole troppo impegnative, ma devo dirlo - di amare. Sarà la famigerata compassione buddista che, grazie alla 'pratica', mi si fa tangibile, si sviluppa...? Mah! Seguendo, come dicevo, le partite, ho comunque notato una cosa - forse ovvia per molti, però per me molto intrigante: la somiglianza, anzi, addirittura l'identità, fra questi giochi - la lotta, la vittoria e la sconfitta, l'entusiasmo delle folle e tutto l'insieme - e le manifestazioni circensi dell'antica Roma. A parte il fatto che oggi non si arriva (o non si dovrebbe!) alla violenza vera e propria, al sangue, alla morte, guardando il trionfo della 'nazionale' ho avuto la netta impressione di assistere a qualcosa di antichissimo: al tripudio collettivo per la vittoria dei gladiatori, unito a quello delle marce trionfali che accoglievano in un bagno di folla e lasciavano sfilare in festa i vittoriosi reduci delle guerre contro i dalmati, i britanni, i galli, i goti. E' mai possibile che in queste manifestazioni odierne davvero emergano - sorgendo da una sorta di inconscio collettivo - comportamenti e significati di migliaia di anni fa e anche più antichi? Certo colpisce che in un'epoca smaliziata come la nostra dove le ideologie hanno pochissima presa sulla gente - sia in senso positivo che negativo - si possano scatenare entusiasmi di massa come quelli osservabili in questa occasione. E' come si trattasse di un nazionalismo non ragionato, non elaborato, non ideologico, bensì archetipico, del ventre e del cuore. Come a soddisfare un bisogno a lungo disatteso o represso: quello alla vittoria, al giubilo collettivo, all'identificazione con una causa e una bandiera. Forse abbiamo tutti necessità, come individui e come nazione, di credere in qualcosa di rivitalizzante, di sconfiggere la paure, la depressione, la morte. E allora, in un'epoca come quella attuale di appiattimento ideale scientista e materialista, di problemi economici, si riscopre la gioia della celebrazione, del rito, della partecipazione. D'altra parte, non era ciò che avveniva anche allora, con i circenses?

mercoledì 14 giugno 2006

Solstizio d'Estate.




Come non dire qualcosa sull'evento che si avvicina, uno dei più importanti momenti dell'anno, completamente dimenticato e mistificato nella nostra società moderna ma estremamente importante in tutte - dico tutte - le culture tradizionali: mi riferisco, naturalmente, al solstizio estivo. Si tratta del culmine del ciclo annuale, del periodo in cui la luce raggiunge il suo massimo di intensità ed estensione temporale nell'arco della giornata: in pratica è il "mezzogiorno" dell'anno, ne rappresenta la gloria e la maturità, il massimo di vitalità e di illuminazione anche nel senso spirituale. Dopo ci sarà il declino, perché qualsiasi ciclo, raggiunto il suo apice, deve declinare - e questo è il modo attraverso il quale la natura sollecita un rinnovamento profondo. Così la vita dell'uomo: una volta che questi ha raggiunta la maturità e la massima influenza che può avere su di sé e sull'ambiente, si avvia gradualmente verso altre stagioni dell'esistenza, sicuramente anch'esse molto significative, ma dove la meditazione sul limite, sulla morte e sull'eternità trovano ampio spazio e possono risolversi in saggezza. Però non è questo il momento: il solstizio rappresenta invece il massimo del potere e della manifestazione positiva, attiva, luminosa. Bisogna saperseli godere questi istanti dove l'ombra è quasi assente, è al minimo, dove la paura è risolta o risolvibile e c'è la possibilità di soddisfazione, di gioia, di completezza. La fede cristiano-cattolica associa al solstizio d'estate la festa di San Giovanni il Battista - il precursore del Cristo, colui che lo annuncia e lo riconosce. Nel simbolismo si allude con evidenza alla mente illuminata di chi alla chiarezza della visione e della maturità, al pieno sviluppo della sua personalità, unisce la facoltà di riconoscere ciò che sta oltre la mente stessa, il divino, e ha l'umiltà di inchinarvisi. All'estremo opposto dell'anno, associato al solstizio invernale, sta il Cristo e la sua simbolica nascita con il Sole allorché la luce è nel momento di maggior oscuramento. E' evidente come il cattolicesimo abbia introiettato e rielaborato importanti simbolismi appartenenti a culture precedenti e antichissime...

martedì 30 maggio 2006

Gemini.


Lo scorso 21 maggio il sole - secondo i parametri dell'Astrologia Tradizionale - è entrato nella costellazione dei Gemelli. Questo segno astrale è particolarmente in relazione, com'è intuibile, con la dualità, con la polarità, con la moltiplicazione. La stagione che stiamo vivendo, questa fase della primavera, si fa portatrice proprio di questa suddivisione delle energie, della moltiplicazione dei frutti, della copia della vegetazione. In fondo la crescita, lo sviluppo, l'abbondanza, viene proprio dalla differenziazione, dal distacco, dalla suddivisione. La grande e mitica rivoluzione della biologia scientifica è il passaggio dagli organismi monocellulari a quelli pluricellulari, che hanno reso possibile l'infinita molteplicità delle forme viventi su questo pianeta. Analogamente la diversità non solo biologica ma anche psichica, interiore, è la valenza principale rappresentata nel simbolismo dei Gemelli. Naturalmente, come sempre, le cose possono manifestarsi in maniera negativa e immatura, oppure positiva e consapevole. Così la differenziazione delle energie può semplicemente descrivere una loro superficializzazione, una esteriorizzazione, oppure può essere una ricchezza: biodiversità e psicodiversità - cioè vita, abbondanza, confronto, dialogo, eccetera. E' certo che, se l'attuale stagione astro-atmosferica è portatrice di questi significati, noi intendiamo utilizzarne le valenze positive: aprendoci al molteplice, alle mille sfaccettature dell'esistenza, alla conoscenza, alla curiosità, allo scambio...

venerdì 12 maggio 2006

Sole in Toro, Luna in Scorpione.


Non voglio assolutamente fare l'astrologo - non ne ho neanche la competenza. Però trovo divertente e interessante cercare di capire che cosa possano significare i cicli astrali come simboli, quei simboli che le culture antiche hanno codificato e valorizzato. Una volta, ad esempio, probabilmente non sarebbe passata inosservata la Luna piena in Scorpione che si mostrerà domani, proprio durante il mese in cui il Sole è nel Toro. Che cosa ne avrebbero pensato gli egizi, i greci, gli alchimisti medioevali, gli esoteristi rinascimentali? Il Toro e lo Scorpione hanno, per certi aspetti, significati antitetici: mentre il primo si incentra sullo sviluppo concreto, la crescita fisica, lo spirito incarnato nella materia, il secondo rappresenta la dissoluzione, la disaggragazione, la morte, lo sprofondamento in realtà ulteriori e l'emersione di contenuti nascosti. Il Sole in questo momento è in Toro a favorire l'atmosfera primaverile di sviluppo e consolidamento, ma la Luna - di per sé collegata con il mistero e con l'interiorità - domani va a sollecitare lo Scorpione, cioè la dimensione opposta, profonda, occulta dell'esistenza. Per esprimerci in termini psicologici, il Toro è una coscienza costruttiva e ben radicata nella realtà, lo Scorpione è la penetrazione dell'inconscio, il confronto con l'ombra - che può portare sia la distruzione che un rinnovamento. Mi piace, dunque, accogliere questo secondo significato: un rinnovamento che sappia scavare nel profondo, che sappia arrivare alle radici, ripulendo tutto ciò che è stagnante, superabile, negativo; al contempo la primaverile speranza, l'immersione nella natura, nella vitalità e nell'attività. Se gli astri esprimono in questo momento una tale rinascita sia nella dimensione interiore che in quella esteriore della vita, mi sembra bello accoglierne il messaggio - cercando di sfruttare il momento, la configurazione stagionale e astrale che sollecitano il mutamento. Forse un filosofo-scienziato dell'antichità avrebbe colto l'occasione per operare una qualche segreta alchimia dell'anima...

mercoledì 3 maggio 2006

Taurus.


Si discorre tanto dell'Astrologia e la si ritrova ovunque come sottoprodotto mass-mediale: ovunque oroscopi e previsioni, per lo più abbastanza sciatte e prive di significato, talmente sovrapponibili l'una all'altra e amorfe che mi sembra senz'altro meglio non dirne nulla. Questa è Astrologia? Francamente, se lo fosse, verrebbe da chiedersi come mai grandi uomini di scienza del passato (del calibro, ad esempio, di Isaac Newton) più o meno fino al XVII secolo le abbiano dato credito e se ne siano interessati considerandola una disciplina valida e illuminante, perfettamente avvicinabile agli altri settori della conoscenza. Certo, oggi il mito imperante nella nostra epoca scientista vede negli antichi degli illusi o dei selvaggi, quantomeno dei bambini ingenui, ignoranti e preda delle loro fantasie. Sarà vero? Aristotele, Platone, Pitagora erano degli sprovveduti? Il loro ingegno, la forza del loro intelletto è da considerarsi soltanto la caricatura o una copia di qualità inferiore - ancora non sviluppata - della chiara visione illuminata degli odierni scienziati scientisti (vedi, ad esempio, gli alti sacerdoti della Dea Scienza appartenenti al Cicap - Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale)?

Beh, non è proprio di questo che volevo scrivere. Volevo, invece, far notare che - secondo l'Astrologia Tradizionale (e non l'Astronomia!), cioè secondo un certo sistema simbolico di osservazione della vita e delle stagioni - la sera del 19 aprile scorso il Sole è entrato nella costellazione del Toro, e vi rimarrà fino alla mattina del 21 maggio prossimo. Dopo la prima esplosione vitale della Primavera simboleggiata dall'Ariete (il cui inizio coincide con l'equinozio), la Natura cerca nel Toro un consolidamento, una crescita, uno sviluppo che privilegia la dimensione fisica, terrestre, la stabilità. In pratica, sempre secondo il discorso simbolico e analogico della Tradizione, dopo la nascita lo Spirito prende gradualmente il pieno possesso del corpo fisico, della Terra, si immerge in essa e la vivifica. Il momento del ciclo annuale che stiamo vivendo (in questo emisfero) esprime l'incarnazione e l'integrazione della realtà sottile-spirituale-energetica dell'esistenza e di quella fisica-materica-strutturale: Cielo e Terra si incontrano e si compenetrano fino alla fusione in una unica entità vivente. Per questo motivo, come individui che partecipano del rinnovamento e consolidamento della Natura, abbiamo anche noi l'occasione di recuperare le nostre energie e di integrarle nella nostra realtà. E' un ottimo periodo per occuparsi della propria salute, dei bisogni essenziali, di base: acqua, cibo, movimento, contatto con l'ambiente, terra, sole, luna, aria, rocce, animali, eccetera. E' opportuno rientrare in contatto con i sentimenti, con la gratitudine, con il coraggio e soprattutto, con la felicità, cioè con la capacità di sentirsi bene, soddisfatti, con una mentalità auto-sufficiente e riconoscente verso la vita. Proviamo a percepire il legame, l'interdipendenza concreta fra Terra e Cielo, ad assumere profondamente la responsabilità di noi stessi e della nostre cose, delle nostre azioni, sperimentando bellezza e pace - superando paure e stress. E' il momento di aprirci a questi significati connessi con il Ciclo Annuale e con la Natura come archetipi: quanto più siamo in grado di entrare in sintonia con la vita naturale, tanto più saremo da essa aiutati a realizzare questo rinnovamento e questa apertura, questa integrazione fra mondo interno e mondo esterno.

venerdì 7 aprile 2006

Famiglia politica.


Perfino per ciò che riguarda la politica, il voto e la scelta elettorale, la componente irrazionale riveste una enorme importanza: la preferenza per l'uno o l'altro schieramento, l'uno o l'altro leader, viene sostenuta – oltre che da quelle ovvie che tutti conosciamo - anche da motivazioni che sono ben poco consapevoli. La nostra società attuale fonda sulle vestigia della cultura patriarcale – vetusta e fatiscente ma non ancora soppiantata da una nuova modalità, e i leader politici incarnano o cercano di incarnare immagini paterne che, per ciò stesso, avrebbero l'autorità necessaria a guidare il paese nelle sue scelte. In particolare, in questo momento storico, il nostro Presidente del Consiglio raffigura con precisione l'immagine di un certo tipo di figura genitoriale: paternalisticamente benevola, autoritaria, accentratrice, autoreferente, insofferente alle critiche sempre e comunque percepite come malevole sul piano personale. Del resto, più in generale, la figura del padre come archetipo, come fondamento di una certa visione del mondo, da tempo viene messa in discussione non tanto e non solo consapevolmente, ma proprio perché sta gradualmente perdendo potere sulle coscienze. Potremmo forse far risalire l’inizio di questo crollo graduale della mentalità patriarcale alla Rivoluzione Francese quale evento-emblema di una nuova situazione spirituale, della ricerca di una nuova via in cui l’autorità non derivi da regole esterne imposte da un capo carismatico, ma sorga dall’intimo di ogni individuo; dove non esista più una mono-cultura e una visione mono-direzionata del mondo, e l’unità sorga piuttosto dalla pluralità e dal rispetto delle differenze – considerate non un inconveniente ma una insostituibile ricchezza. Naturalmente, ammesso che la Rivoluzione Francese davvero abbia costituito lo spartiacque che contrassegnò l’inizio di questa evoluzione, bisogna dire che il nuovo orientamento non ebbe un vero successo il quel momento storico e ancora oggi è soltanto agli albori, ai primi vagiti. Per tornare alla famiglia politica, se l’attuale Presidente del Consiglio ben rappresenta il padre, non sembri così strano rintracciare anche negli altri protagonisti delle figure edipiche: per esempio – mi si perdoni il ricorso a certe elaborazioni forse un po’ datate (vedi Freud, Frazer, Bachofen e via dicendo) – nel capo dell’opposizione si intravvede la figura dello zio materno, spesso antropologicamente importante quanto o più del padre, tanto da essere in certe società tribali il suo sostituto diretto. In questa chiave, lo zio materno è una figura maschile che, però, rappresenta la madre e la cultura matriarcale: perciò è l’antagonista diretto del padre come esponente del patriarcato. Si tratterebbe, dunque, di due culture a confronto, e l’oggetto del contendere è se debba predominare l’una o l’altra visione del mondo. Sicuramente, come già detto, la visione patriarcale è oggi molto limitata e prossima all’esaurimento. Come sempre nella dinamica degli opposti, l’altro estremo polare tende a compensare o a contrastare una visione eccessivamente unilaterale: per questo l’opposizione punta sull’Unione (concetto materno, femminile) per equilibrare la differenziazione esasperata dell'accentramento paterno e paternalisitico. Anche altri elementi della campagna elettorale potrebbero farsi risalire a questa contrapposizione archetipica: per esempio il fatto che il Premier giudichi il leader dell'opposizione una figura di facciata (dietro, infatti, ci sono le forze del matriarcato). Il rilievo dato dall'opposizione alle cosiddette quote rosa e la speranza nel voto delle donne. L'attenzione (caratteristica materna) ai problemi quotidiani, economici, presenti, delle persone, dove la cultura patriarcale concepisce il benessere più come appartenenza alla 'famiglia' patrilineare (la "Patria") e proiezione verso un'immagine futura (discendenza, acquisizioni) positiva ed esaltante. Anche sul supposto 'comunismo' dell'opposizione si proiettano concetti simbolicamente relativi alla Grande Madre: la rivoluzione proveniente dal 'basso' (suolo, terra, donna), il colore rosso che è quello 'inferiore' nello spettro, quello maggiormente 'terrestre', l'uguaglianza 'comunista' e 'proletaria' come un attentato diretto alla scala gerarchica autoritaria dei padri, eccetera, eccetera. E' evidente, insomma, che con queste elezioni si gioca un equilibrio importante, archetipico, profondo, per il nostro paese - che forse corrisponde anche ad una situazione più generale, mondiale, nella quale la civiltà dell'uomo sta cercando di trasformarsi, di fronteggiare problemi e urgenze sempre più pressanti. E' altrettanto evidente che abbiamo il disperato bisogno di una soluzione e di una integrazione delle dicotomie esasperate, come di una trascendenza evolutiva verso nuove risposte.

venerdì 31 marzo 2006

Difficoltà.


Ci sono dei periodi della vita individuale (e anche collettiva!) nei quali le difficoltà si ammassano moltiplicandosi senza lasciare apparente via di scampo. Come se la nave affondasse e ogni falla faticosamente riparata fosse immediatamente soppiantata da un'altra. Personalmente attraverso proprio un momento così. Poiché penso che le cose abbiano un senso e che nulla accada per caso (so che è indimostrabile, ma lo è anche il contrario), mi chiedo quale sia il significato generale - prescindendo dalle situazioni particolari - dell'incontrare ostacoli. Dal punto di vista della psicologia del profondo credo che ogni difficoltà possa essere posta in relazione simbolica ed energetica con quella prima grande crisi che ogni individuo incontra al momento della nascita: come per l'attraversamento di un tunnel oscuro, soffocante, dove la liberazione sta alla fine del processo ed è anch'essa dolorosa per l'improvviso passaggio dall'elemento liquido - oscuro e interno - a quello luminoso, aereo, esterno. In questo, almeno stando ai racconti dei "morenti" (N.D.E. - Near Death Experience), la nascita è molto simile alla morte: un passaggio, un guado difficile e doloroso. Il significato di tutto ciò è la trasformazione, l'uscita da un ambiente consolidato per entrare in una situazione nuova, diversa, che implica una visione più ampia della precedente. Credo sinceramente che nei periodi anzidetti, quando non si intravvede la soluzione, è importante considerare che l'uscita c'è, e che il processo che affrontiamo è indispensabile all'evoluzione: davanti c'è una nuova luce, una visione rinnovata. Certo, riuscire a percepire nel momento del dolore che la propria esperienza possa avere questo senso, implica la fede. Badate bene: parlo di fede, e non di credenza in una qualche forma di strereotipata o dogmatica spiegazione della vita. Parlo di qualcosa di sentito e fondamentale, analogo a quello che porta il neonato a spingere, a cercare l'uscita dal ventre, senza sapere della sua esitenza, semmai sentendola, intuendola profondamente. E' questa forza evolutiva, questa spinta, che conduce verso il nuovo mondo, verso la trasmutazione, come un vascello inaffondabile, come una nave senza falle, che procede verso la sua rotta qualunque cosa accada. Una rotta sconosciuta, ma tracciata con luminosa chiarezza nella profondità dell'essere.

martedì 21 marzo 2006

Simbolismo antropologico ed elettorale.


Avete notato che il nostro centro-sinistra adotta simboli che fanno tutti riferimento alla Terra, all'agricoltura, all'antropologia dei popoli sedentari che basavano la loro vita sul lavoro dei campi, gli animali da lavoro, i frutti della terra e i ritmi del calendario solare? Così abbiamo, oltre ai consueti Falce e Martello, la Quercia, l'Ulivo, la Margherita, l'Asinello, il Sole che Ride, eccetera. A sinistra (lato tradizionalmente femminile) troviamo anche il movimento delle donne e la tendenza pacifista, come i riferimenti analogici al Mezzogiorno (Sud, sole, terra). Il centro-destra, invece, pare relazionarsi alle abitudini e ai simboli archetipici dei popoli nomadi: il Polo (la stella polare come principale fattore di orientamento), il Cielo, l'Azzurro, le Bandiere (vessilli, vento), la Metallurgia (Lega), il Nord, la cultura maschile (destra=lato per noi muscolarmente più "forte"), le posizioni più in sintonia con la guerra... A proposito delle suddivisioni antropologiche e simboliche e' possibile trovare una interessante trattazione sui popoli nomadi e sedentari in J.J. Lavier, medico e divulgatore della Medicina Tradizionale Cinese e delle sue basi filosofiche, di cui alcuni ricorderanno "Storia, dottrina e pratica dell'agopuntura cinese" - Ed. Mediterranee. Lui ha fatto uno studio sulle abitudini primordiali dell'umanità secondo una divisione fra nomadi e sedentari sicuramente - anche a suo parere - non più attuale (perché oggi ognuno di noi è un misto delle due tipologie antropologiche), ma per certi versi illuminante. Riassumo brevemente: i sedentari erano stanziali, legati alla Terra, le loro case erano quadrate (il quadrato è un simbolo terreste: i punti cardinali, gli elementi, eccetera), erano prevalentemente vegetariani (prodotti della terra), le loro arti erano la pittura e la scultura (dove non è presente l'elemento temporale che si riferisce al Cielo, bensì quello spaziale in relazione con la Terra), per orientarsi si volgevano a Sud perché, essendo agricoltori, avevano come punto di riferimento 'esterno' il loro opposto: il Sole (fuoco, Cielo), che è anche immagine del divino; per questo tendevano al monoteismo e vivevano prevalentemente di giorno. I nomadi erano sempre in movimento, senza radici 'terrestri', le loro abitazioni erano tende rotonde come le raffigurazioni simboliche del Cielo (il cerchio), erano prevalentemente carnivori (prodotti animali, meno in relazione con la terra dei vegetali), le loro arti erano il canto e la danza (dove è presente l'elemento temporale-celeste più che quello spaziale-terrestre), facevano riferimento al Cielo e particolarmente - per orientarsi - si volgevano a Nord dove c'è la Stella Polare e vivevano maggiormente di notte. Per gli stessi motivi, cioè a causa dello sguardo incentrato sulle stelle, tendevano al politeismo religioso. Forse gli schieramenti politici potrebbero rappresentare - ora che l'umanità non è più nettamente classificabile fra nomadi e stanziali - le tracce di nuove costituende tipologie antropologiche! In effetti oggi l'uomo sembra proprio dividersi fra una 'destra' e una 'sinistra' che, però, come visto, lasciano emergere - forse inconsapevolmente - antiche simbologie nelle loro strategie elettorali! Naturalmente tutto quanto affermato in questo post è uno scherzo, un mio divertimento. Ma... chissà!

giovedì 9 marzo 2006

Pubblicità.


In sé il concetto non conterrebbe nulla di spiacevole: pubblicità come rendere pubblico, anche pubblicare. Si tratterebbe dunque di condivisione, di uscire dall'ambito privato e individuale per entrare in quello collettivo e sociale. Tuttavia, almeno per me, la pubblicità ha dei retrogusti non troppo gradevoli, e sa più di scocciatura, sopraffazione, perfino - sempre di più - un sentore di truffa, di furto, se non altro di tempo e attenzione. Eppure le nostre moderne società non possono più farne a meno: la pubblicità è il fondamento del mercato, dell'economia, degli scambi. Ti segue ovunque, attraverso tutti i possibili mezzi di comunicazione di massa. Si, in effetti la nostra è la civiltà della comunicazione globale e, dunque, non bisognerebbe scandalizzarsi troppo di fronte all'invasione pubblicitaria: è semplicemente un'altro aspetto di quello che, per certi versi, è legame, contatto, condivisione, perfino libertà. Una società che impara ad essere unita rispettando le differenze, cioè unitaria e molteplice allo stesso tempo, è qualcosa di ideale, di grande, di vero. Eppure non riesco ad essere tranquillo riguardo alla pubblicità, in breve non mi piace affatto. Riflettendo, mi sembra che - sebbene in sé il concetto possa avere gli illustrati valori positivi - la sua forma odierna è soprattutto inganno, apparenza. Intendo dire che ciò che viene reso pubblico ha lo scopo principale di direzionare le scelte più che informare, di creare illusione più che verità. Ecco dove sta il punto! Se dovessi cercare una interpretazione psicologica o analitica di ciò, direi che le nostre società non sono ancora mature per una reale e matura condivisione, limitandosi soltanto a comportamenti esibizionistici che prendono il posto della reale comunicazione. Se dovessi dare una collocazione, se dovessimo fare un paragone con le età evolutive dell'uomo, potremmo dire che la nostra attuale cultura 'pubblicitaria' è analoga ad una fase dell'adolescenza o della pre-adolescenza, quando le tendenze all'esibizione di sé, del proprio corpo e via dicendo, sono soltanto il preludio alle normali relazioni con gli altri. Una fase, insomma, di tipo narcisistico che verrà seguita dal riconoscimento dell'altro come individuo e come oggetto/soggetto di reciproco scambio e crescita. Speriamo bene...

martedì 28 febbraio 2006

Jung e la Tradizione.


Dopo aver scritto qualche riflessione su “Freud e la Cabala” è conseguente e quasi obbligato il ragionare su Jung e tentare un raffronto più o meno sugli stessi temi. Tuttavia è piuttosto difficile ‘analizzare’ il pensiero del grande psicologo svizzero, anche perché la sua trattazione è meno sistematica, meno didascalica e più creativa di quella del Maestro della Psicoanalisi. Carl Gustav Jung ha sicuramente cercato di affondare la sua ricerca nei recessi più misteriosi della psiche umana e, se riguardo a lui si può parlare di Cabala, non lo si può certamente fare limitandosi al solo sistema ebraico, ma riferendosi al senso più vero - quello etimologico - della parola: ‘Cabala’ come ‘Tradizione’, cioè come qualcosa che gli stessi cabalisti ebrei derivano da eredità egizie, mesopotamiche, caldee, orientali e, probabilmente, da un patrimonio di conoscenze primordiale antichissimo e insito nello spirito dell’uomo da sempre e per sempre. Nell’opera scientifica di Sigmund Freud potevano forse emergere in maniera inconscia gli elementi parzialmente repressi della sua origine culturale israelita, ma in Jung abbiamo una trattazione consapevole dei grandi temi interiori e spirituali dell’umanità e quindi una maggiore universalità e complessità. Freud si dichiarava ateo ma la sua Psicoanalisi, proprio a somiglianza del Dio della Bibbia, era una divinità gelosa ed esclusiva che esigeva una cura ‘monoteistica’, di cui lo psicoanalista viennese, novello Mosè, era profeta e strenuo difensore. Jung invece, guidato da un daimon incostante, libertario e polimorfico, veniva spinto in modo imprevedibile ad esplorare territori ineffabili, contraddittori, talvolta rischiosi sia in senso personale che professionale, frammentari e al tempo stesso unitari, come per la costruzione di un grande Mandala circolare e spiraleggiante, cioè di una concezione onnicomprensiva ed evolutiva della conoscenza e dello sviluppo dell’anima. Si potrebbe perfino affermare che l’incontro-scontro fra i due grandi sia stato proprio quello fra due sistemi filosofici, due punti di vista sul mondo e sull’uomo, l’uno ebraico e l’altro ‘ariano’, dove Jung - distaccatosi dalla Psicoanalisi prima abbracciata - finiva per recuperare e riproporre una concezione ‘platonica’, filosofica e metafisica, in contrasto con quella realisticamente concreta, patriarcale, esclusiva e monoteisticamente dogmatica di Freud. Secondo qualcuno, anche in considerazione dei giudizi dati dallo stesso Freud su Jung nel momento della rottura dottrinaria, la Psicoanalisi veniva in qualche modo da lui rifiutata perché sostanzialmente ebraica e quindi estranea, inaccettabile; addirittura vi fu, forse anche a causa di queste osservazioni, un sospetto di anti-semitismo che pesò sullo psicologo svizzero per molto tempo, rinforzato dal fatto che per un certo periodo egli conservò con l’approvazione della Germania nazista una posizione di potere e responsabilità in qualità di medico della psiche. Tuttavia personaggi anche di rilievo della cultura israelita come Gershom Sholem ritennero tali accuse totalmente prive di fondamento: sembra che Jung, invece, cercasse in quel periodo di proteggere gli analisti ebrei e le loro ricerche scientifiche. Tornando alla creazione dello psicologo svizzero, la sua Psicologia Analitica, sarebbe superfluo spendere su di essa ulteriori parole, sia – come accennavo – per la complessità e l’indefinibilità della concezione, sia perché si è attinto ad essa a piene mani, soprattutto da parte della cultura New Age e delle moderne correnti di ricerca religiosa e perfino parapsicologica, e quindi se ne è già discusso molto e in maniera certamente più autorevole. Ciò che soprattutto vorrei esprimere è il fatto che, a mio parere, le due grandi correnti moderne della ricerca dell’anima, quella junghiana e quella freudiana, possano inserirsi a pieno diritto nella Tradizione – magari sottolineandone aspetti parziali, diversi ma complementari – ambedue tendenti a ciò che Jung chiama processo di individuazione e che per Freud rappresenta una maggiore autonomia dell’io rispetto a complessi ed elementi irrisolti e rimossi della personalità: in breve aventi l’obiettivo della crescita interiore. Per Tradizione intendo quella corrente più o meno palese, più o meno sotterranea e occulta, che si dipana attraverso la storia e che rappresenta il legame dell’uomo con sé stesso, con la sua spiritualità. Sono abbastanza vicino all’opinione di chi, come Guenon, ritiene che una civiltà superiore abbia preceduto la nostra in epoche lontane e che la Tradizione Unica fosse la cultura allora dominante, poi smembratasi in mille rivoli e sotto-tradizioni di cui oggi conserviamo soltanto i frammenti. Differentemente da René Guenon non sono così critico verso i tentativi attuali, anche limitati e parziali, di ritrovare quella saggezza e quella conoscenza perduta – che altro non è che il segno di una coscienza evoluta. Per questo motivo ritengo che l’epoca odierna, pur così frazionata e quantificata, veda comunque dei rispettabili tentativi di crescita e la Psicologia – particolarmente quella junghiana - può considerarsi uno di questi. Certamente sia Jung che Freud si confrontarono con i dogmi della loro e della nostra epoca, per la maggior parte materialisti e scientisti, e il loro lavoro ne risente. Però ritengo che queste elaborazioni siano utili e necessarie alla scoperta di una nuova spiritualità, siano un gradino in più nella direzione dell’osservazione di sé, e non dovrebbero essere disprezzate da chi è interessato a recuperare una linea di saggezza antica e superiore. Come recita un detto del buddismo giapponese: per potersi rialzare dopo essere caduti, è necessario appoggiarsi sulla terra…

lunedì 27 febbraio 2006

Freud e la Cabala ebraica.


Non si può negare che Sigmund Freud sia stato uno dei grandi geni dell’era moderna e, in generale, della storia del pensiero auto-conoscitivo. Molto si può dire di lui, anche nella direzione della critica alle sue concezioni e, ancora oggi, si discute sul suo presunto o reale pan-sessualismo. E’ stato, comunque, un iniziatore, un pioniere dell’indagine sulla psiche e sull’inconscio, e tutti coloro che probabilmente sono anche riusciti a superare i limiti delle sue teorie creando una contrapposizione dottrinaria – come Carl Gustav Jung – hanno con lui un debito: egli per primo, infatti, ha saputo tracciare nuove frontiere e oltrepassare le vecchie concezioni e pastoie della scienza indicando prospettive ulteriori. Il pensiero di Freud, tuttavia, può apparire riduttivo, ispirato ad un certo tipo di cultura scientifica condizionata dalla mentalità ottocentesca e dalla società di epoca vittoriana; ma tutto ciò è già stato detto molto meglio e in maniera approfondita da altri. Quello che vorrei sottolineare è il fatto che egli era nato nell’ambito di una specifica tradizione culturale: quella ebraica. Era uno scienziato, si dichiarava ateo e la religiosità, apparentemente, non era in relazione con il suo lavoro se non come oggetto di studio; in quelle opere nelle quali se ne è occupato, il suo giudizio è stato – in un certo senso – smitizzante, riconducente tutta la tematica della fede a impulsi e motivazioni di ordine istintuale e subconscio. Viene, però, da chiedersi: la religione dei padri, essendone il retroterra culturale, in che misura ne ha informato le idee, le concezioni, i risultati conoscitivi? Ricordiamo che i suoi primi e principali allievi furono quasi tutti ebrei, ad eccezione principalmente di Jung che, per il Maestro, costituiva la speranza di estendere il suo metodo al mondo non-ebraico dei Gentili. Tuttavia Freud, soprattutto nel momento della rottura dottrinaria con il grande psicologo svizzero, scrisse che la Psicoanalisi era senz’altro più comprensibile e poteva meglio essere accolta dagli ebrei, mentre sia Jung che il resto della società dell’epoca avevano delle resistenze per quello che, sostanzialmente, era un sistema ebraico. In effetti, soltanto considerando l’”Interpretazione dei sogni”, non possiamo non pensare ai grandi sogni biblici e al fatto che nella Genesi abbia una particolare rilevanza proprio un interprete onirico, Giuseppe. Inoltre tutti i lavori di Freud sui lapsus, le dimenticanze e via dicendo, sembrano ricordare molto da vicino i metodi della Cabala per la decodificazione dei numeri, delle lettere, con l’utilizzo di anagrammi e vari altri espedienti, vedi la Gematria, la Temurah, il Notariqon, eccetera. Persino la freudiana teoria della sessualità, in un certo senso, non è lontana dalle radici israelite: pensiamo che nella Cabala la Sefirah Yesod è connessa con il sesso ed è il Fondamento dell’Albero della Vita; oltre a ciò la ‘generazione’ e la discendenza sono alla base della maggior parte delle profezie e promesse che il Dio d’Israele fa al suo popolo, testimoniando così l’estrema importanza attribuita dalla cultura ebraica alla sessualità e alla riproduzione. Non ultimo risulta il fatto che la circoncisione, in qualità di principale segno dell’alleanza fra l’uomo e Dio, abbia un evidente significato genitale e pulsionale, interpretabile – con l’utilizzo delle stesse teorie di Freud – come la sottomissione ad un ‘maschio dominante’, ad un Padre, tramite una castrazione simbolica all’interno di una società di tipo tribale. Alla fine della sua vita comunque, il Maestro della Psicoanalisi tornerà in maniera sempre più evidente alla religiosità d’origine – in ogni caso mai rinnegata del tutto tranne che per un breve periodo in età giovanile – sia attraverso le sempre più sentite frequentazioni con circoli ebraici, dove si percepiva unito agli altri da tradizionali legami di sangue e cultura e si sapeva protetto e accolto, sia con il suo ultimo saggio, quello su Mosè e il monoteismo. Non possiamo con ciò affermare che Freud abbia recuperato la sua tradizione nel senso della fede, tuttavia bisogna riconoscere che era sempre più attratto dallo studio e dalla elaborazione delle tematiche della cultura israelita. Egli fondamentalmente ci ha mostrato con i suoi ragionamenti come la religione sia un fenomeno atavico quanto irrazionale, originato nell’uomo dal sentirsi in balìa delle forze incomprensibili e incontrollabili della vita e della morte: per reagire allo sgomento e alla paura la psiche ha riproposto nei sistemi religiosi una situazione analoga a quella della prima infanzia, quando il padre o le figure genitoriali hanno un carattere onnipotente e conferiscono protezione quando si rispettano le loro regole non trasgredendone indicazioni, ordini e proibizioni. A questo punto sembra importante chiedersi: se invece esistesse qualcosa nella ricerca religiosa dell’uomo che avesse una qualche validità ulteriore, se la fede nel suo senso più ampio avesse davvero al suo interno un elemento connesso con una verità sostanziale e superiore, non dovremmo convenire che anche nell’intimo di uno scienziato e di un ateo quale era Freud, poteva esservi un’attrazione, un forte richiamo rispetto a questo nucleo ‘spirituale’? Certamente la sua cultura, orientata alla scienza moderna e razionalista, con in più il desiderio profondo di essere accettato al di là del suo ebraismo d’origine, poteva impedirgli di diventare cosciente di questo ‘qualcosa’ che, come le esperienze mistiche insegnano, la mente non può afferrare e affermare con la sola analisi intellettuale. Il discorso potrebbe quindi paradossalmente ribaltarsi: in un’era come quella ‘moderna’, in cui l’uomo ha raggiunto un grande sviluppo razionale, la Scienza e la Ragione – più che la Religione - assurgono al ruolo di figure genitoriali protettive, gelose e autoritarie che, se si contravviene alle loro regole, possono punirci lasciandoci in balìa di un universo incomprensibile e spaventoso. Nella visione conoscitiva dell’epoca del Maestro della Psicanalisi, un cedimento alla Fede - probabilmente ancor più che oggi, dove invece la ‘divinità’ pare essere l’Economia – era forse come concedersi a forze pulsionali primitive, occulte e incontrollabili. Tuttavia, come ci ha insegnato lo stesso Freud, ciò che viene rimosso e represso dalla coscienza tende a riemergere comunque in maniera inconscia e, infatti, la tematica religiosa sembra premere e cercare di manifestarsi proprio nella sua opera. Se ciò fosse vero, il significato più profondo del suo lavoro – connotato dal forte accento sull’Eros – potrebbe interpretarsi nel senso più ampio di Amore, venendo così a coincidere anche filosoficamente con l’equilibrio dell’esistente e con la sua conservazione attraverso l’unione degli opposti quali la vita e la morte. In tal modo potremmo, amplificando le concettualizzazioni strettamente psicoanalitiche di Freud, trovare una maggiore comprensione del suo cosiddetto pan-sessualismo che, nei lavori della maturità del grande Psicoanalista, effettivamente diviene un concetto sempre meno legato alla genitalità, sviluppandosi verso una dimensione sempre più universale.

lunedì 20 febbraio 2006

Democrazia.




La democrazia sembra essere un sistema particolarmente equilibrato e illuminato: gli individui che costituiscono una società hanno il diritto e il dovere di partecipare al suo governo. Tutti sono uguali da questo punto di vista. Non esiste una differenziazione aprioristica fra le persone per motivi di nascita, di nobiltà o altro. Nessuno ha potere sull'altro e la libertà di ognuno è limitata soltanto dal rispetto per la libertà dell'altro. Anche filosoficamente, se vogliamo, nella democrazia c'è una concezione evoluta, tale che tutti gli esseri umani e, in senso più ampio, tutti gli esseri viventi costituiscano il tessuto stesso della vita, con pari dignità: un bell'avanzamento rispetto alle concezioni totalitarie in cui il valore e la dignità sono appannaggio di pochi oppure di un singolo individuo. Volendo amplificare ulteriormente il concetto, potremmo dire che esso investe addirittura la sfera religiosa: potremmo dire che il Dio concepibile in una democrazia è il Tutto-Unico-Assoluto, cioè un prisma dalle infinite sfaccettature, un'equazione che ammette infinite soluzioni possibili - tutte corrette. Pur trascendendo la semplice sommatoria delle parti, questo Assoluto non è distante da nessuna di esse, perché ognuna - nessuna esclusa e per nessun motivo - contribuisce all'Esistente, Uno e Molteplice allo stesso tempo. Certo, non possiamo affermare che oggi il concetto di democrazia sia veramente compreso e realizzato in tutte le sue implicazioni: le nostre sono tutt'ora democrazie imperfette, che assomigliano molto ai regimi totalitari da cui pretendono di affrancarsi. Poiché, almeno formalmente, è il 'popolo' che governa, ci si adopera per imbonire la gente, per condizionarla nel modo voluto, al fine di ottenere e conservare potere. Per cui i sondaggi, le tecniche di marketing, i sistemi di condizionamento psicologico delle masse e di propaganda sono i nuovi strumenti per governare: apparentemente governa il popolo, sostanzialmente vige ancora la psicologia del 'gregge' da irregimentare e sfruttare, per cui il massimo che attualmente si può sperare è quello di trovare un 'buon pastore' che non badi soltanto ai propri interessi. Tuttavia un rimedio ci sarebbe, una propettiva di sviluppo è ancora possibile: essa sta tutta nell'autocoscienza dei singoli individui che compongono una 'massa'. Finché si è 'massa', finché vige una psicologia e una coscienza collettive, avranno buon gioco i mestieranti del condizionamento, i pifferai magici dell'illusione. Quando i singoli componenti del gregge - che siamo noi - alzeranno la testa, questo gioco sarà immensamente più difficile. I potentati economici, gli esperti della politica e del marketing non temono i grandi numeri, ma quelli piccoli: basta uno spostamento solo del 2-3 % nel sostegno dato con il voto ad una coalizione politica o nell'acquisto del prodotto di una multinazionale per mettere in seria difficoltà equilibri politici, fatturati e profitti economici. Riflettiamo: se mettono tutto questo impegno nel cercare di direzionare il gregge, se utilizzano grandi capitali nelle iniziative pubblicitarie e propagandistiche per addormentarci e desensibilizzarci, vuol dire che noi - in quanto individui indipendenti, liberi di pensare, capire, scegliere - abbiamo un potere enorme. Se la democrazia, quella vera, è ancora al di là da venire, ciò dipende soltanto da ognuno di noi - dallo sviluppo della nostra autonomia. La libertà promessa dal sistema democratico, forse, ancora non è realizzata da nessuna parte, è ancora utopica, è potenziale e non attuale. Però...

mercoledì 1 febbraio 2006

Cercando Atlantide.


Chi, come me, è attratto dai percorsi alternativi della conoscenza e dell'esperienza, può essersi imbattuto nel mito del continente scomparso, l'Atlantide, rimanendone colpito e affascinato. Una civiltà superiore antichissima, un'era d'oro della saggezza, un nucleo di alta cultura che influenzò il mondo antico e di cui tutti siamo in qualche modo eredi: questo il racconto straordinario di Platone - e non solo suo - da cui origina una serie di ipotesi, di ricerche e osservazioni che si sono dipanate per tutte le ere e che giungono fino ad oggi. Naturalmente la scienza attuale, come in una gran parte di casi consimili, si limita a negare e ridurre, affermando che un continente in mezzo all'Atlantico non può essere mai esistito, che le coincidenze culturali nei paesi che stanno al di qua e al di là dell'Oceano hanno altre spiegazioni, eccetera. La Psicologia, dal canto suo, credo che non possa non interpretare questa idea di un'epoca aurea scomparsa riferendola all'infanzia o addirittura alla vita intra-uterina, condizioni nelle quali si aveva l'impressione di un'integrità, di un'interezza difficilmente replicabili nell'età adulta: il paradiso perduto non sarebbe altro che il ricordo mascherato di quelle condizioni. Nonostante, comunque, tutti i tentativi di riduzione a qualcos'altro, al non-è-altro-che, il mito dell'Atlantide resiste, continua a richiamare sempre nuovi appassionati e curiosi che riflettono e ricercano sull'argomento. Personalmente credo nell'esistenza di questa grande civiltà scomparsa dalla quale le culture antiche della nostra storia remota hanno derivato frammenti di conoscenza. Poiché le mie nozioni scientifiche ed oceanografiche sono scarse, non ho difficoltà a pensare che fosse situata proprio dove Platone indicò - cioè in un continente sull'Oceano Atlantico - riconoscendo al grande Iniziato tutta la stima e la credibilità che si merita. Credo a coloro che individuano nelle Isole Canarie, nelle Azzorre, nell'Isola di capo Verde, le cime delle montagne del continente inabissato. Per questo motivo ho l'impressione che - ad esempio - Tenerife, l'isola dell'eterna primavera, con la sua grande montagna, il Teide, possa offrire molto di più che spiagge e relax: credo che là possano esservi le vestigia di un lontanissimo passato. Vestigia presenti sia nei miti degli abitanti aborigeni delle Canarie - i Guanches, sia nel territorio: Thor Heyerdhal vi rinvenì i resti di piramidi a gradoni abbastanza simili a quelle sudamericane e probabilmente vi si può trovare molto altro ancora, come il fatto sorprendente che gli aborigeni mummificavano i loro morti - pur avendo per altri versi una civiltà semplice e primitiva... Qui mi interrompo, perché sono in partenza: a Tenerife in realtà ci sto andando, come praticamente faccio appena posso da parecchi anni. Non è solo una questione di teoria: in quell'isola io e la mia compagna assaporiamo qualcosa di ulteriore. Forse è il mito del paradiso perduto, forse è la speranza in una futura Atlantide - cioè in un mondo migliore - ma laggiù ci sembra di avvertire un pò di quella serenità, di quella felicità, di quella commozione e di quel benessere che per noi è il senso vero della vacanza. Ciò è già moltissimo. Grazie, Tenerife!

giovedì 26 gennaio 2006

Sessualità e riproduzione.


Qualche riflessione sulla sessualità e sull'omosessualità, riallacciandomi in qualche modo al mio post precedente. Innanzitutto vorrei far notare che la capacità generativa dell'uomo e della donna, cioè la loro forza riproduttiva, è stata frequentemente il criterio principale nelle culture tradizionali con il quale la sessualità era valutata. Cioè: la sopravvivenza di una famiglia, di un gruppo e di una società era spesso oggettivamente legata alla discendenza, alla generazione dei figli, quindi il sesso significava sostanzialmente continuità. Il famoso 'crescete e moltiplicatevi' della Bibbia è strettamente connesso con i destini delle tribù nomadi che dovevano affrontare mille ostacoli alla loro sopravvivenza. Il loro Dio, dunque, fu concepito come il capo esclusivo della tribù stessa, come una sorta di 'antenato' maschio, il patriarca dei patriarchi, un protettore mitico e simbolico che assicurava la continuità della specie e prometteva un futuro in cui il territorio - la terra - sarebbe stato esclusivo possesso di una discendenza tanto numerosa da essere invincibile e insopprimibile. I nomadi, insomma, sognavano di diventare stanziali, di avere un luogo in cui fermarsi. Per arrivare a quell'obiettivo lontano, che sembrava irraggiungibile nelle condizioni in cui erano, per realizzare quel grande sogno, avevano bisogno di identificarsi in un'unica stirpe e di sperare in una unica discendenza sotto la protezione e la guida di un unico Dio. Ecco, allora, che la riproduzione veniva ad assumere carattere etico, morale e anche religioso, venendo a rappresentare l'unica speranza di prosecuzione e di esaudimento delle profezie del Dio. In una tale visione è chiaro che l'omosessualità non può che essere considerata una devianza proprio perché, non avendo come scopo la generazione di discendenti, contravviene agli obiettivi sociali e di razza. Alcune frange della cultura islamica ancora attualmente condannano a morte gli omosessuali - considerandoli in pratica dei criminali! Anche la etero-sessualità quale oggi comincia ad essere intesa soprattutto nella moderna società occidentale - cioè come fine a sé stessa e senza l'obiettivo della riproduzione - è una anomalia rispetto alle suddette esigenze. Tuttavia anche in culture antiche ed alcune epoche storiche si sono avute concezioni diverse, dove perfino l'omosessualità non era considerata anormale, generalmente in popolazioni che non avevano l'obiettivo immediato della sopravvivenza. Penso alla Grecia classica, quella dell'età di Pericle per esempio, dove un certo benessere sociale permetteva pure l'ozio filosofico, cioè concedeva il tempo di dialogare e di soffermarsi su questioni non legate all'immediato, oltre che di produrre un livello di sviluppo artistico che anch'esso prescindeva dalle esigenze quotidiane e oggettive. C'è da notare che dove c'è spazio per lo sviluppo culturale, filosofico e artistico, fiorisce anche l'idea dell'individuo come entità indipendente dal gruppo sociale, che ne fa parte ma possiede anche esigenze proprie di riflessione e di evoluzione. La gestione della propria sessualità in maniera autonoma, sia essa etero che omo, è accettabile soltanto là dove non è soggetta a restrizioni sociali, dove non deve perseguire scopi comunitari e di razza. Si potrebbe addirittura ipotizzare che il razzismo sia inconsciamente legato ad una concezione autoreferente ed autocelebrativa in senso tribale, mentre una sessualità libera, nel rispetto degli individui e della loro autonomia, sia un supporto coscienziale indispensabile per nuove visioni anche religiose che prescindono dalle appartenenze e dalle sopravvivenze tribali o nazionalistiche.

martedì 24 gennaio 2006

Pacs e pax.


Il Vaticano non trova pace con i Pacs, le cosiddette "coppie di fatto" - cioè (lasciando per il momento da parte la questione degli omosessuali) coloro che non si sono sposati ma convivono. In pratica, in un certo senso, stiamo parlando di chi vive come fosse sposato, cioè che costituisce una coppia stabile, ma la cui unione non è stata ratificata e benedetta dalla Chiesa. Mi chiedo se anche chi si sposa soltanto civilmente faccia parte della stessa categoria agli occhi della Chiesa Cattolica. Però la sigla Pa.C.S. sta per patto civile di solidarietà e sottintende un riconoscimento di diritti giuridici e altro per coppie conviventi che non sono sposate ufficialmente in alcun modo. Forse, allora, il Vaticano si disinteressa di chi contrae matrimonio soltanto in Comune perché, in un certo senso, in questo modo è come se dichiarasse di non essere cattolico (?), quindi di non far parte del gregge, mentre i "Pacs" (inteso come sostantivo che indica le coppie anzidette) potrebbero forse farne parte senza tuttavia decidersi a sacralizzare l'unione. La Chiesa - dice - parla soltanto per i cattolici. Da ciò desumo che parla soltanto per quella percentuale di Pacs che si considera cattolica, perché vi saranno anche Pacs atei, Pacs di altre confessioni (ai quali, tutt'al più, dovrebbero parlare altri capi religiosi), Pacs che non hanno preso nessuna posizione confessionale, Pacs che si considerano uniti senza che per questo debbano svolgere una qualche forma di rito presso qualche forma di istituzione. Il Pacs cattolico professante, giustamente, deve sposarsi, altrimenti cade in contraddizione: se crede che Dio possa benedire la sua unione soltanto attraverso l'intercessione della Chiesa, allora perché non sposarsi? Se non ci crede, allora perché si sente cattolico? Anzi, la sua unione è una forma di peccato, anche abbastanza grave, perché il Matrimonio è un sacramento cardine nella morale cattolica. Come per l'uso degli anticoncezionali: è peccato perché Dio vuole che si procrei, altrimenti che ci si sposa a fare? Se qualche Pacs cattolico pensa che la Chiesa possa sbagliare ed avere posizioni troppo conservatrici, lo invito a riflettere che anche questa opinione è un errore grave, perché la Chiesa è indirizzata dallo Spirito Santo e, quindi, quel che dice non può essere oggetto di valutazioni troppo "secolari" e legate ai tempi. Il Vaticano, quindi, può stare in Pax: la sua posizione, per definizione, è corretta ed è di guida per il Pacs cattolico. Spero soltanto che la Chiesa, con altrettanta lungimiranza, conceda agli altri Pacs - quelli non cattolici, quelli di altre fedi e altre opinioni - di gestire la loro vita e di portare avanti le loro battaglie come meglio credono. Del resto, se lo Stato riconoscesse dei diritti alle coppie-di-fatto (quindi ratificasse una situazione comunque già esistente), questo non significherebbe che i cattolici coglierebbero tutti l'occasione per evitare di sposarsi in Chiesa! Va bene che fanno parte del "gregge" e quindi possono smarrirsi se non vengono paternalisticamente guidati, ma non credo che siano così tanto poco autonomi da fare certe cose senza riflettere e - per di più - in modo contrario alla loro fede! No?

giovedì 19 gennaio 2006

Monoteismo.


C'è una cosa che non mi convince molto delle cosiddette religioni "monoteiste": la pretesa dell'ebraismo, dell'islam e del cristianesimo di avere l'esclusiva del Dio Unico e Assoluto. Voglio dire che, esaminando il fondamento di altre religioni - particolarmente quelle orientali e soprattutto l'induismo - il concetto di Dio risulta altrettanto unitario e assoluto, anzi forse filosoficamente più articolato, ampio e profondo. L'Assoluto del Vedanta, per esempio, implica l'onnipervadenza del divino, la sua immanente presenza in tutti i fenomeni e in ogni essere vivente, pur rimanendo coscienza cosmica e trascendente. Tutte le divinità del pantheon indù non sono che le manifestazioni più o meno limitate e transitorie di quel Dio che, in sé, è l'unica Realtà che sottende la manifestazione universale. Anche l'idea dell'incarnazione divina, tanto cara al cristianesimo al punto da essere il cardine della sua religiosità, non è una novità: penso alla Grecia, terra di semi-dei, di uomini-dei, e ancora all'India, dove il Dio si incarna come Avatara in molte forme, fra cui anche quella umana, quindi come uomo, per ripristinare quel legame con lo spirito che talvolta sembra perdersi. "Avatara" significa 'discesa' e implica proprio la manifestazione di Dio come creatura, in qualità di essere vivente uguale a tutti gli altri, dotato però della fiamma della coscienza superiore e del destino ultimo dell'Illuminazione. Molti di questi Avatara lottano apertamente contro il male e l'ingiustizia, e alcuni soccombono anche - sacrificano sé stessi - più o meno come Gesù. Anche nel buddhismo sono presenti concetti analoghi: per esempio si narra come in una delle sue incarnazioni il Buddha abbia dato la vita per sfamare dei cuccioli di tigre rimasti senza la madre. Un episodio simbolico che indica la totale disponibilità al sacrificio di sé e che, oltretutto, non relega al solo mondo umano la dignità di creatura vivente soggetto e oggetto di compassione - come noi occidentali, invece, tendiamo a fare. Con ciò non voglio dire che dobbiamo tutti convertirci alle religioni dell'oriente. Intendo, però, che certi risultati della ricerca mistica e filosofica non sono esclusivo appannaggio della nostra cultura, ma che in ogni epoca e a qualsiasi latitudine è possibile scoprire o ri-scoprire le stesse fonti di ispirazione spirituale. In questo senso il supposto mono-teismo delle religioni mediterranee rischia di essere soltanto la mono-litica mono-mania di chi ritiene di essere l'unico depositario della Verità.

venerdì 13 gennaio 2006

Papa e famiglia.


Non passa occasione che Benedetto XVI non si senta in dovere di esprimere la sua opinione sulla famiglia e sul pericolo di deviare da una sana concezione tradizionale. Al di là delle possibili argomentazioni pro o contro le opinioni del Papa - conservatorismo, chiusura, apertura, relativismo, evoluzionismo, nichilismo, progressismo e quant'altro si possa mettere in campo - mi viene un dubbio: come mai i preti cattolici, strenui difensori della famiglia stabile, stutturata come maschio-femmina con l'obiettivo della proliferazione, sono così legati anche al vincolo del celibato? Intendo dire che nella loro vita (almeno formalmente) non c'è traccia del nucleo stesso dell'unione familiare, cioè della coppia eterosessuale e feconda: in questo non sono certo d'esempio. Forse perché la completa dedizione a Dio deve di fatto escludere la partecipazione alla vita generativa? E se, per assurdo, grandi fasce della popolazione mondiale, mettiamo la maggioranza, decidesse di votarsi al celibato per meglio comprendere o servire Dio? La conseguente possibile estinzione del genere umano sarebbe una degna offerta per il Creatore? Eppure, almeno biologicamente, Dio non sembra che abbia strutturato le creature pensando all'astinenza e al celibato: astenersi dal procreare per compiacerLo potrebbe quasi assere analogo a diventare anoressici al fine di onorarLo oppure per non essere distratti nella ricerca di Dio dall'istinto ad alimentarsi. Strano, perché i "Fratelli Maggiori", cioè gli ebrei, alla cui religione Gesù stesso è appartenuto, non sembrano pensarci proprio al celibato: anzi, per loro il compito dell'uomo è proprio quello di farsi una famiglia - come, del resto, confermano continuamente i loro testi sacri. Ammettendo pure che per meglio cercare Dio o per servirLo occorra davvero evitare di occuparsi della famiglia o delle questioni ad essa legate perché 'distraggono' dal colloquio con il divino e impegnano in questioni puramente mondane, allora perché il Papa se ne occupa tanto? Non teme di distrarsi troppo, e di impegnarsi in un campo che, invece, diventando sacerdote, ha inteso lasciarsi alle spalle? Certo, un sacerdote potrebbe avere uno sguardo più chiaro sulla morale familiare, proprio perché non essendo direttamente implicato possiede il necessario distacco; ma allora anche il laico potrebbe possedere il distacco necessario riguardo alle "cose di Dio", non essendo direttamente implicato. E quindi potrebbe consigliare il sacerdote sul modo migliore di condurre la sua missione. Per esempio potrebbe suggerire che tipo di slancio mistico sia più consono ad una reale unione con Dio, quale forma di preghiera sia lecita e quale no; e di che cosa il Papa debba realmente occuparsi per non tradire la sua missione e per ottemperare al suo voto sacerdotale di povertà, di umiltà, di guida spirituale, di abbandono degli affari del mondo.